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domenica 12 ottobre 2014

Il romanico in Italia

Le principali motivazioni che nell’Occidente europeo hanno originato la conformazione della chiesa romanica, rispetto ai caratteri dell’edilizia religiosa dei secoli precedenti, riguarda la generale necessità di ampliare e sistemare diversamente l’area del presbiterio, sia per ricavare lo spazio necessario per il clero (ormai molto numeroso), sia per consentire un’officio maestoso e solenne dei riti, dapprima distribuite in tutta la chiesa ed ora concentrate nell’altare maggiore. La risposta a tale esigenza si trova nella forma assunta dal coro, che diventa coro deambulato di dimensioni sempre maggiori.
La seconda motivazione si riferisce al modo di concepire ed immaginare l’edificio religioso, che diventa momento centrale e determinante della vita dell’uomo medioevale; l’oggetto architettonico è quindi sentito come una struttura che gradualmente tende a diventare forma, composta da una massa muraria grave e forte, articolata secondo membrature poste a scandire lo spazio.
Secondo una formula sommaria e semplicistica, la formazione dell’architettura romanica può essere assimilata alla trasformazione della basilica cristiana, che è un edificio dotato di un sistema strutturale discontinuo e coperto a tetto, ad una fabbrica interamente coperta a volte, tale da presentare una completa continuità di strutture murarie, anche se il processo di trasformazione è molto lungo ed articolato, giungendo a maturazione soltanto nella seconda metà dell’XI secolo.
Il processo di formazione dell’architettura romanica sintetizzato e riassunto come la progressiva conquista della capacità di costruire un organismo strutturato e coperto con volte, secondo una forma articolata ed aderente alla funzione d’uso ed alla solidità statico-costruttiva. Tale sviluppo è di consueto ipotizzato come uno sviluppo lento, svolto attraverso diverse fasi successive, inoltre di fondamentale importanza sono le premesse storiche che durante il Medioevo si possono riscontrare in varie parti d’Europa, infatti la copertura di un ambiente attraverso l’utilizzo di una volta, seppur di piccole dimensioni, viene sempre considerato dagli architetti medioevali.
Un secondo motivo è quello che indica ai costruttori del X secolo l’opportunità di realizzare l’intera copertura impiegando le volte, per allontanare il pericolo degli incendi, mediante la sostituzione della muratura al legname. La terza ragione riguarda il desiderio di assicurare i migliori effetti acustici al canto corale, funzione di fondamentale importanza specialmente nelle comunità monastiche.
La chiesa romanica costituisce il risultato di un impulso originario in cui l’uomo medioevale vuole raffigurare in un’immagine architettonica la manifestazione tangibile della presenza del divino nella vita quotidiana; l’espressione linguistica di tale richiesta è quella già detta e lungamente maturata nei secoli VII-X, che tende a tradurre la struttura muraria nei valori di massa plastica coerente ed omogenea, determinando il carattere e la qualificazione figurale dell’edificio.

 

 

La chiesa di Sant'Ambrogio a Milano







Sant’Ambrogio milanese (coro 784, absidi 940, atrio 1098), che presenta un corpo a tre navate iniziato nel 1080 ma coperto da volte solo dopo il disastroso terremoto del 1117, qui la partitura della grande navata impiega la tipologia delle chiese di pellegrinaggio a navata cieca, in quanto bloccata dalle collaterali e dalle gallerie sovrapposte, ma nello stesso tempo ne modifica fortemente le proporzioni, rinunciando allo slancio verticale (tipicamente francese), adotta invece una conformazione bassa e larga quasi priva di luce dalle arcate, dalle volte e dai matronei. La forza delle membrature che scandiscono con ritmo largo e grave la grandiosa successione delle campate cupoliformi risalta nella luce radente che penetra dagli arconi della facciata, in contrasto con l’ombra diffusa delle navatelle. La facciata è composta da un loggiato su grandi arcate, corrisponde ad una pianta rettangolare, a tre navate senza transetto.
E’ un’architettura che meglio sintetizza temi che riguardano il mondo paleocristiano e temi provenienti dal nord (in quanto l’Italia era in forte ritardo nella costruzione di edifici a crociera), si tratta poi di un’architettura che elabora e trasmette questi temi alle architetture successive sia in Italia centrale che in quella del sud. L’architettura della chiesa è formata da due elementi essenziali, la chiesa vera e propria e il quadriportico (un elemento che appartiene all’architettura paleocristiana); il razionalismo nella progettazione di questa struttura porta all’uso di un modulo molto significativo, cioè se noi guardiamo la pianta della chiesa notiamo

 

La chiesa di San Michele a Pavia

San Michele a Pavia (1120-1150), che nel corpo delle navate riprende la tipologia ambrosiana, ma ne rifiuta la soluzione a nave cieca, rialzando i muri della navata principale sopra il livello delle gallerie per aprirvi delle finestre. Qui troviamo la presenza del transetto sporgente, l’abside è diverso da quello di Sant’Ambrogio in quanto riprende le architetture del nord, il rapporto tra la dimensione delle navatelle e la navata centrale sono invece temi ripresi dalla basilica milanese, quindi c’è un proporzionamento dello spazio interno ed in più l’uso del pilastro a stella. Ma l’elemento più importante che diventa caratteristico di questa architettura è la facciata, tripartita attraverso la costruzione di due poderosi pilastri, la presenza di un nuovo elemento che diventa quasi costante nelle architetture emiliane e toscane, ovvero le loggette sommitali le quali hanno una lontana origine romana e bizantina (che diventa una reinterpretazione di un tema già visto, ovvero gli archetti pensili).

 

Cattedrale di San Gimignano a Modena






La cattedrale di San Gimignano a Modena eretta tra il 1099 ed il 1110 dal lombardo Lanfranco.
Organismo semplice su pianta rettangolare, tre absidi, senza transetto, articolato su campate doppie di pilastri alternati a colonne, falsi matronei, grande cripta e presbiterio; presenta un nuovo tipo di facciata è un esempio importante per la complessità del suo insieme, ovvero se noi guardiamo la facciata notiamo elementi che abbiamo visto prima, ma notiamo la presenza di due spioventi (rialzato quello centrale), la suddivisione in tre parti e l’uso delle loggette e del protili; elemento completamente nuovo è l’uso del tema della loggetta anche sulle altre fronti della chiesa (come elemento unificatore di tutti i prospetti), inoltre troviamo la forte presenza della cripta. Lo spazio interno ed il verticalismo rimandano alle architetture del nord, il tema della nave cieca di Sant’Ambrogio qui viene risolto con la presenza di un’architettura al di sopra del matroneo.
L’interno è stato gravemente alterato mediante la sostituzione dell’originale copertura ad arconi trasversali e tetto piano con pesanti volte a crociera a sesto acuto costolonate, con l’inclusione di uno pseudo-transetto basso e di un’enorme rosone sulla facciata; l’esterno sviluppa il ritmo agile e slanciato di una serie continua di archi triforati, che unifica fianchi ed absidi dell’edificio.
L’originalità dell’opera di Lanfranco è quella di aver tradotto il linguaggio lombardo (cioè romanico) con una concezione figurativa che non è più romanica, in quanto ha rinunciato alle motivazioni di ordine statico-strutturale e le ha sostituite con una visione rigorosa e cristallina. Lanfranco rinuncia alla copertura a volta, rinunciando così alla poetica romanica della massa-struttura, e vi contrappone una visione ritmica di spazi e superfici, priva di tessitura strutturale e senza primari e diretti riferimenti d’ordine statico e costruttivo.

 

 

La chiesa di San Zeno a Verona




Sempre nell’ambito della cultura lombarda, i monumenti veronesi costruiti in questo periodo manifestano influssi franco-normanni, sono invece modenesi le influenze che incidono nella zona anteriore della grande chiesa benedettina di San Zeno (1120), originando dopo il 1150 la costruzione di due arconi trasversali, che presumibilmente avrebbero dovuto estendersi all’intera navata, ma questa proposta e quella originaria (che prevedeva il completamento naturale della partitura delle semicolonne, mediante una sovrapposta copertura a volta) vennero abbandonate e il vano ricevette una copertura a tetto piano, che si definisce quale corpo estraneo rispetto al resto della struttura.
La facciata è stata il modello a cui si ispirarono tutti gli interventi romanici veronesi. Un unico portale d’accesso è collocato sotto un protiro (una sorta di baldacchino a mensola), quest’ultimo composto da due colonne poggiate su piedistalli che reggono una piccola volta a botte posta sotto due spioventi.
Il corpo longitudinale, privo di transetto, è tripartito da pilastri cruciformi alternati a colonne che conducono all’abside semicircolare prolungata da un vano quadrato.
 

giovedì 27 febbraio 2014

Architettura Protoromanica

Nella contea di Barcellona

Un diverso atteggiamento assumono gli architetti della contea di Barcellona, nella quale si realizzano edifici che apparirebbero con tendenze opposte a quelle della Germania perché gli interessi degli architetti della contea di Barcellona sono rivolti verso problemi strutturali, infatti realizzano tutta una serie di architetture che si contraddistinguono per le coperture a volte e anche per congegni strutturali molto complessi. Questo modo di procedere è dato dalle tradizioni locali di cui già la realtà carolingia aveva dato prova in numerosi esempi, ma anche il contributo notevole alla continuità di questa tradizione era stata data dalle maestranze lombarde, ovvero delle maestranze itineranti che dell’Italia settentrionale si erano spostate verso la Provenza, la Lingua d’Oca e poi a Barcellona. La presenza di queste maestranze lombarde in Catalogna fu favorita da circostanze storiche poiché i conti di Barcellona, in particolare il conte Oliba, il quale era molto legato al papato e durante i suoi viaggi passa anche per l’Italia settentrionale, rimane fortemente colpito dalle architetture complesse che qui venivano realizzate e soprattutto delle decorazioni ad arcatelle cieche poggianti su lesene, decide quindi di portare queste maestranze con se a Barcellona, ai quali affida la costruzione di nuove chiese oppure di ristrutturazione di chiese antiche, che vengono riadattate con modi compositivi lombardi, che possiamo individuare soprattutto nel sistema di coperture a volte a botte.

Queste volte a botte ricoprono per interno le navate (dall’ingresso all’altare) e per la loro lunghezza vengono chiamate volte a tunnel, sono generalmente rinforzate lungo il loro percorso da archi trasversali che rinforzano la struttura stessa. Il figlio del conte, che si chiama anch’esso Oliba, è più responsabile dello sviluppo dell’architettura catalana; fu un vescovo di vastissima cultura ed è legato con importanti personaggi; effettua anche lui dei viaggi e al suo ritorno da Roma è ospite del futuro vescovo di Milano ed ha la possibilità di osservare ancora meglio queste maestranze, di cui rimane affascinato e procede al reclutamento di uomini.

Si tratta di strutture del tutto simile a quelle in Italia settentrionale, molto articolate dal punto di vista strutturale e con la tipica decorazione ad archetti pensili, anche l’interno si nota come sia stata aggiunta la cripta (che naturalmente alza il pavimento del presbiterio).

Basilica di San Michele di Cuixa
I principali esempi che caratterizzano questa architettura le ritroviamo nelle abbazie dove Oliba fu presente prima come abate e poi come vescovo e sono le chiese di San Miguel de Cuixa (una chiesa dove trascorse i primi anni del noviziato), questa utilizza le strutture di una chiesa più antica di alcuni benedettini (che erano fuggiti in quanto la loro chiesa era stata inondata), in seguito al forte richiamo dei fedeli si necessità di un ampliamento, sempre ad opera dei conti di Barcellona, i quali costruiscono una chiesa nuova che viene consegnata nel 974. La chiesa della fine del X secolo si presenta con un impianto molto singolare che associa elementi della tradizione più visigota, insieme ad elementi della tradizione cluniacense (dovuta alla presenza di monaci, come il monaco Guarino), insieme a degli elementi nuovi come la presenta delle cappelle orientate, che si aprono sui bracci del transetto.

Quindi in questo momento, ancora prima dell’arrivo di Oliba, la chiesa presenta un impianto a tre navate, con una navata centrale che si prolunga anche nella zona presbiterale (separate da una serie di pilastri rettangolari, molto diffusi nella Spagna islamico, legate da arcate che hanno un profilo a ferro di cavallo, come tipico nell’architettura islamica). Questo corpo basilicale è unito al presbiterio da un transetto molto allungato e stretto, sul quale si aprono due cappelle orientali per ogni lato, questo è un elemento estraneo alla tradizione iberica ed era invece abituale nel mondo europeo poiché sono i cluniacensi che elaborano questo partito. Una delle due cappelle è stata chiusa perché nel XII secolo sono stati aggiunti due campanili (uno dei quali nel frattempo e crollato).

Gli interventi di Oliba, che vengono effettuati nel periodo in cui è vescovo, riutilizzano l’antica struttura e ne modificano sostanzialmente la parte presbiterale, in quanto riempie lo spazio che intercorreva tra le due absidi ed il presbiterio centrale con un corridoio che avvolge l’antico presbiterio, sul quale apre delle cappelle semicircolari, secondo un partito che era apparso in epoca carolingia. Questo corpo di fabbrica è molto particolare perché segna un momento di passaggio continuo ed è collegato anche con il transetto mediante porte che hanno anch’esse un profilo a ferro di cavallo; quindi le parti di Oliba non si limitano a questa zona, ma aggiungono anche nella parte occidentale tutto un corpo di fabbrica, articolato su più piani.

Gli elementi lombardi sono chiaramente individuabili nella presenza di archetti con le lesene e soprattutto nella disposizione delle finestre (che dal basso verso l’alto diventano sempre più aperte).

Quindi nella parte occidentale aggiunge un nuovo settore che si sviluppa su due piani, uno al livello della chiesa antica e l’altro più in basso, sfruttando la pendenza del terreno, la parte sottostante è una specie di cripta, formata da due navate che immettono in due corridoi (che sono due cappelle), tra le quali si trova una zona centrale, formata da una cripta, coperta da una volta a botte anulare (che si appoggia sui muri perimetrali e su un pilastro centrale, anche questa soluzione non è nuova ma proviene dal mondo carolingio); la cripta ha lo stesso orientamento nella chiesa.

  Al piano superiore costruisce sempre un’altra cappella che si sovrappone a quella sottostante (dedicata alla trinità), fiancheggiata sempre da corridoi-cappelle, riunendo la parte preesistente con un atrio interno; all’atrio si arriva direttamente attraverso le scalette laterali (come avveniva nelle chiese paleocristiane dell’area adriatica), mentre dalla cappella superiore di arrivava attraverso altre scale poste sulla facciata.

Monastero di Santa Maria di Ripoll
L’altra chiesa, dove troviamo Oliba come abate, è la chiesa di Ripoll, anche questa è il risultato di una serie di modifiche che sono state fatte nel tempo (almeno 5 o 6) e prima che Oliba arrivasse ne aveva già subite tre, infatti le origine della chiesa sono molto più antiche. La fama di questa abbazia era legata alla presenza di uno scriptorium, nel quale i monaci copiavano i testi antichi miniandoli; dal nostro punto di vista ciò che è importante è che erano mozarabici (ovvero venivano dalla Spagna islamizzata), quindi nel disegnare queste miniature ripropongono una serie di elementi decorativi tipici della tradizione islamica.

La chiesa viene notevolmente trasformata quando Oliba diventa abate, prima che arrivasse la chiesa era limitata soltanto alla parte basilicale, con una struttura a cinque navate che evoca intenzionalmente San Pietro; questa chiesa terminava con cinque absidi e non esisteva il transetto. La navata centrale era limitata con una fila di pilastri, mentre le parti laterali erano suddivise da un’alternanza di pilastri e colonne, probabilmente di derivazione sassone.

Quando diventa abate, ormai l’abbazia è diventata celeberrima quindi decide di ampliarla, abbatte le cinque absidi che terminavano l’antica chiesa e su quest’area costruisce un transetto continuo come quello di San Pietro, mentre il muro di chiusura viene contornato da sette absidi, mentre tutto il transetto è coperto da volte a botte continue (rinforzate da archi trasversali, seguendo il modo di procedere dell’architettura lombarda), mentre l’altro settore della chiesa continua ad essere coperto da volte a capriate; questa differenza delle coperture rientra in quella mentalità di dinamismo che abbiamo accennato.

Altri elementi aggiunti da Oliba sono la presenza portico con due torri laterali ed ancora la decorazione ad archetti pensili che manifestano la presenza di maestranze lombarde.

La chiesa venne in seguito quasi completamente distrutta da un incendio, durante la ricostruzione si presero elementi provenienti da altre chiese, commettendo una sorta di falso.

Monastero di San Martino de Canigo
Questa chiesa è l’espressione più tangibile della presenza lombarda in terra catalana, poiché è una struttura in cui le maestranze sono state presenti in maniera molto numerosa; dall’esterno l’elemento che preannuncia questa presenza è il campanile, ma all’interno i sistemi di copertura sono quelli elaborati dai magistri lombardi. Il complesso è formata da due chiese sovrapposte, una più bassa chiamata cripta (che è separata da un altro settore, il cui tetto serve da sagrato alla chiesa superiore), quindi la chiesa sottostante è più lunga di quella superiore.

La struttura è molto complessa perché le tre navate sono coperte con volte a botte molto allungate, sostenute da archi trasversali appositamente introdotti; nella parte presbiteriale invece si trovano delle volte a crociere e tre absidi. Tutta questa struttura costituisce la fondazione della chiesa superiore, che però presenta una non coincidenza delle absidi con quelle sottostanti (le absidi della chiesa superiore sono più arretrate); anche questa chiesa superiore è coperta da volte a botte a tunnel (sostenute da colonne al centro e da muri all’esterno).

In Italia

La basilica di Sant'Ambrogio è una delle più antiche chiese di Milano. Edificata tra il 379 e il 386 per volere del vescovo di Milano Ambrogio Nel IX secolo, subì importanti ristrutturazioni volute dal vescovo Angilberto II (824-860), il quale fece aggiungere la grande abside, preceduta da un ambiente sovrastato da volta a botte, sotto il quale si svolgevano le funzioni liturgiche.

  Al ciborio, di epoca ottoniana, vennero aggiunti quattro fastigi con timpano, decorati con stucchi nel X secolo ed ancora eccellentemente conservati. Sotto il ciborio venne collocato l'Altare di Sant'Ambrogio, capolavoro dell'oreficeria carolingia La basilica ha preso il definitivo aspetto tra il 1088 e il 1099, quando, sulla spinta del vescovo Anselmo, venne radicalmente ricostruita secondo schemi dell'architettura romanica. Venne mantenuto l'impianto a tre navate (senza transetto) e tre absidi corrispondenti, oltre al quadriportico, anche se ormai non serviva più a ospitare i catecumeni, ma come luogo di riunione. Rispetto alla chiesa originale, la nuova eredita scrupolosamente la pianta: tre navate absidate con quadriportico antistante. La pianta interna della basilica è longitudinale e (se si escludono le absidi) ha le stesse dimensioni del portico antistante. La facciata (detta "a capanna") è larga e bassa, tipica anche dei casali di campagna: la sua forma esprime l'attaccamento alla terra che tanta parte ha nella concezione che sta alla base della progettazione della chiesa. Presenta due logge sovrapposte. Quella inferiore ha tre arcate uguali e si ricongiunge con il perimetro interno del portico, mentre quella superiore ha cinque arcate che scalano in altezza assecondando il profilo degli spioventi. Presenta anche degli archetti pensili, cioè file di piccoli archi a tutto sesto che "ricamano" la cornice marcapiano e gli spioventi. Le volte delle navate laterali, con campate di dimensioni pari alla metà del lato di una campata nella navata centrale, poggiano su pilastri minori e reggono i matronei. Questi ultimi occupano tutto lo spazio eventualmente disponibile per il cleristorio .

La basilica e il battistero di Agliate

Costituiscono uno dei più interessanti esempi di architettura romanica in Brianza, riconducibile ai secoli IX-X. Oggi la basilica si presenta con una facciata a salienti interrotti che rivela la tripartizione interna della chiesa. L’interno presenta uno schema a tre navate absidate, senza transetto né tiburio; le navate, coperte da legno a vista, sono separate da due file di sette colonne piuttosto basse; alcuni capitelli sono costruiti con materiale di reimpiego. Sotto il presbiterio e l’abside centrale si trova la cripta a tre navate e quattro campate, del tipo cosiddetto "ad oratorio" che si diffuse in tutta la val Padana tra il X e l’inizio del XI secolo. La chiesa doveva essere interamente affrescata; il restauro del 1985-86 ha tentato di recuperare l’aspetto originale degli affreschi rimasti, che erano stati ridipinti durante il restauro di fine 800. Accanto alla chiesa si trovano il battistero e un edificio medievale con i muri rinforzati a barbacane. Il battistero presenta la soluzione, unica nel suo genere, della pianta a nove lati due dei quali compresi nell’abside. Il materiale costruttivo è simile a quello della basilica, con alternanza di tratti a spina di pesce e di grossi conci. La superficie è coronata da una serie di fornici collocati in maniera disordinata. Sotto i fornici corre una decorazione di archi ciechi che poggiano su peducci a goccia. La parte sottostante, priva di lesene, ospita grandi finestre strombate. All’interno non compaiono, secondo un modello diffuso ad Arsago Seprio e Galliano, logge o matronei. La cupola è ad otto spicchi. La datazione del battistero va collocata in un'epoca di poco successiva alla costruzione della chiesa, all’inizio dell’XI secolo.

In Francia

Abbazia aux Hommes 1068-1081
Pianta: un solo tipo di piedritti (pilastri con semicolonne addossate), tre navate con terminazione absidale e transetto poco sporgente.

Coperture: lignee per la navata centrale, a crociera per quelle laterali. Successivamente anche la navata centrale è stata coperta con volte a crociera. All’innesto del transetto è presente una torre lanterna.

Facciata: è detta “armonica” ed è tipica Normanna, con le due alte torri laterali, che occupando lo spazio delle navate secondarie, rendono leggibile dall’esterno la partizione interna. E’ presente il sistema tipico pilastro-matroneo-finestre.

Verso il 1063, il duca Guglielmo il Conquistatore e la duchessa Matilde fondarono le abbazie aux Hommes e aux Dames in quanto atto espiatorio del loro matrimonio consanguineo .Lo schema d’alzato segue l’andamento a tre livelli che diventerà la scelta tradizionale normanna in epoca romanica, pur aggiungendo tre innovazioni di maggiore interesse : l’ampiezza delle gallerie superiori prospicienti la navata attraverso un grande arco unico (impianto ricorrente nella cattedrale di Norwich) ; nella navata, a gruppi di due campate, l’alternare di pilastri forti a pilastri deboli, quelli forti essendo adibiti a sostenere degli archi diaframma e i muri tagliafuoco, i quali sono andati dispersi insieme alla copertura a capriate lignee originale ; infine, la via di camminamento del terzo livello .La struttura stessa della navata con ampi vani vuoti alternanti con pilastri costituisce una sistemazione che avrebbe portato in maniera del tutto naturale alla crociera ogivale. Verso il 1115, delle volte con sei spicchi sostituirono il soffitto ligneo, il che provocò un mutamento del piano superiore : le aperture verso la navata vennero modificate (invece di quattro arcate grandi per ogni due campate, la combinazione di un’arcata grande con una piccola); di conseguenza, una colonnina venne aggiunta in cima ai pilastrini dei pilastri forti per sostenere la spinta degli archi. In facciata viene a combinare un sostegno massiccio quadrato con tre file di aperture, irrigidito da quattro robusti contrafforti, con le due torri, il cui sapiente progredire delle arcature e delle aperture alleggerisce la massa nello slanciato verticalismo. È senza dubbio una reinterpretazione dei massicci occidentali di tradizione carolingia e ottoniana, ma è anche il primo esempio della facciata armonica normanna, la cui modulistica verrà diffusa fin dal secolo successivo nelle grandi cattedrali.
 

mercoledì 19 febbraio 2014

Architettura Paleocristiana a Milano

Dal 353 la città era stata frequentemente residenza imperiale e di fatto capitale dell'Occidente; nel 373 divenne anche la residenza di sant'Ambrogio e grazie a lui fu anche il centro spirituale dell'Occidente. Milano è stata anche uno dei grandi centri architettonici del mondo cristiano, la sua importanza è dimostrata da cinque grandi chiese, tre delle quali sopravvivono quasi complete: San Nazzaro, San Simpliciano, San Giovanni in Conca, Santa Teda e San Lorenzo. Le piante molto diverse tra loro dimostrano l'inventiva dei costruttori che gravitavano allora intorno alla corte imperiale e a quella episcopale di Milano; i cinque edifici hanno in comune la monumentalità della concezione, la grandiosità dei volumi, i muri forti e poderosi, nonché le fasce di pilastri che li articolano, le arcate cieche e le basse gallerie. Sono coperti da grandi volte semplici oppure da tetti a capriate, e sono costruiti in muratura massiccia: mattoni spessi, in certi casi disposti a lisca di pesce, con grossi ciottoli inseriti qua e là, con sottili strati di malta bianca.

Grazie alla presenza di Sant’Ambrogio la città dovette ben presto munirsi di una cattedrale, la quale sorgeva nei pressi dell’attuale duomo e che era la cattedrale dedicata a Santa Tecla.

La costruzione risale al IV secolo, leggermente prima della venuta di Sant’Ambrogio a Milano (nel 573), pero nella parte di completamento il suo intervento dovette manifestarsi pienamente, infatti quasi tutte le chiese di questa epoca sono controllate da Sant’Ambrogio o dal suo discepolo, il vescovo Sempliciano.

La chiesa presenta affinità notevoli con la chiesa di San Giovanni in Laterano (quella che trova maggiore avvenenza nell’architettura milanese); come abbiamo visto nella chiesa di San Giovanni non c’è la separazione tra il martyrium e la basilica, quindi è una costruzione unitaria (cioè tutto il complesso si esaurisce nell’impianto basilicale); inoltre anche il perimetro è molto simile, in quanto ci troviamo di fronte ad uno sviluppo longitudinale di 82 metri e di uno trasversale di 45, non a caso abbiamo detto che in San Giovanni c’è un notevole sviluppo longitudinale della navata, che non si arresta in corrispondenza del transetto ma continua fino ad arrivare alla parete opposta, come assistiamo in Santa Tecla (dove la navata centrale si sviluppa anche nel presbiterio sino ad arrivare alla zona absidale, nello stesso modo le navatelle che sembrerebbero interrotte da setti murari, ma la ricostruzione è ancora dubbia). Due profonde ali (presumibilmente utilizzate per l’offertorio) erano affiancate alla zona del presbiterio e non superavano il perimetro delle navatelle, queste ali erano divise dal resto del presbiterio attraverso cinque archi su colonne, a loro volta questi spazi sono divisi in due navatelle, divise da un numero di sostegni minore (come accade anche nelle navatelle che affiancano la navata centrale, esattamente come in San Giovanni in Laterano)

Sicuramente il senso spaziale di San Giovanni in Laterano si avverte molto e anche la disposizione dei sostegni della navate ricorda direttamente quelle di San Giovanni, infatti le due fila di sostegni non sono perfettamente allineate ma sono fra di loro sfasati ed è probabile che fossero sormontate da arcate.

Le maestranze milanese se da un verso guardano l’architettura romana per l’altro elaborano soluzioni nuove, in questo caso quello che rimane incerto nella ricostruzione della chiesa, in particolare per quanto riguarda l’alzato e ancora più in particolare la parte del transetto, sono state ipotizzate diverse soluzioni (una secondo la quale potesse essere simile a San Giovanni in Laterano, cioè con le navate più esterne bloccate da sporgenze).

L’ipotesi più accreditata è di pensare che siano tre volumi giustapposti in cui quelle centrale emerge non in maniera considerevole rispetto agli altri due; questa ipotesi di un transetto a tre parti di altezza diversa è un’idea che viene dal confronto con alcune chiese orientali, in particolare di origine greca (non a caso alla direzione della cattedrale si susseguirono una serie di vescovi orientali che portano influenze), è probabile quindi che l’architettura milanese abbia assimilato questo modo architettonico e nello stesso lo ha anche trasformato, infatti mentre nelle chiese greche il transetto è modesto, nella chiesa di Santa Tecla il partito è realizzato con una monumentalità notevole. Quindi in questa chiesa ritroviamo una sintesi degli elementi delle chiese di questo momento, che vengono influenzate in egual modo dall’architettura romana e dall’architettura orientale, con un atteggiamento di elaborazione.

Accanto alla chiesa c’è il battistero di San Giovanni in Fonte (probabilmente era un mausoleo antico), che ricorda il mausoleo di Diocleziano a Spalato o quello di Galerio a Salonicco.

Legata fortemente alla figura di Sant’Ambrogio è la chiesa di San Lorenzo a Milano, che è certamente uno degli edifici più celebri dell’epoca (anche se l’interno venne modificato nel VI secolo, cambiandone il senso spaziale). Questa chiesa sorgeva lungo una via porticata (come in tutte le città imperiali) e il grande atrio separava la chiesa dalla strada porticata (un atrio porticato che evoca la facciata dei grandi palazzi imperiali, in particolare quello di Diocleziano a Spalato); la chiesa originale è una chiesa tetraconca (ovvero è formata da quattro absidi), il nucleo centrale è circondato da un deambulatorio che si sviluppa al piano terra ed al piano superiore (formano delle gallerie), le due parti comunicano con il nucleo centrale mediante quattro ampie esedre formate da cinque arcate che si aprono lungo la costruzione principale; negli angoli, dove sono sistemati i quadrati, sono occupati da quattro torri.
Il nucleo centrale era coperto da una grande volta a crociera che poggiava su un tamburo quadrato; secondo altri forse vi era una cupola, anche se l’ipotesi più probabile è quella della volta a crociere.

L’edificio attuale si presenta come un ottagono in quanto i sostegni sono stati trasformati formando dei pilastri allungati che trasformano il quadrato in ottagono e in conseguenza anche in alzato il muro quadrato è diventato ottagonale e la cupola è diventata una volta a padiglione a spicchi.

Una caratteristica fondamentale dell’edificio è il senso delle masse, il quale è un aspetto innovativo rispetto alle architetture che abbiamo incontrato, questa chiesa segna l’avvio verso questo nuovo orientamento verso i volumi e la consistenza fisica dell’edificio, elementi che qui appaiono ancora in sordina ma che ben presto cominceranno a manifestarsi nella loro pienezza in tutta l’architettura alto medioevale fino ad arrivare all’avvento del romanico. Probabilmente questo senso delle masse che si avverte in questa costruzione è dovuto ai rapporti Sant’Ambrogio aveva con il mondo Germanico, dove in questo momento si costruiscono architetture che esaltano i valori di massa (come nella basilica costantiniana di Treviri, nella quale si aggiungono una serie di torri, tese ad esaltare questo effetto del volume).

Nel nostro caso le masse poste agli angoli tendono a modificare una disposizione tradizionale legata all’edificio a pianta centrica, cioè in un edificio a pianta centrica l’asse centrale è quello dominante (quello intono a cui si radunano le parti circostanti), mentre qui la compresenza di altri elementi verticali ai lati tendono a togliere enfasi alla preminenza dell’asse centrale; gli architetti cercano di trovare un’alternativa al dominio di una sola asse, questa compresenza di assi verticali saranno molto usati nell’architettura romanica, ancora in questa fase i vari volumi sono tra di loro staccati (non formano quindi una composizione organica e tendono a denunziare un problema, senza però risolverlo pienamente dal punto di vista figurale).

L’interno attuale mostra di come potesse essere la spazialità della chiesa del IV secolo, infatti anche a quel tempo c’erano le esedre aperte verso il vano centrale e certamente la percezione del visitatore è molto vaga e dinamica, perché appunto catturato da una serie di prospettive variegate ma chiare, cioè il visitatore è in grado, per via della chiarezza delle strutture (che non sono invase da mosaici colorati), di percepire la logica strutturale dell’edificio (diversamente dall’oriente dove anche nelle chiese giustinianee ci sono superfici molto decorate e il visitatore non può comprendere immediatamente la logica strutturale, in quanto sembra che le pareti scorrano le uno nelle altre senza definire un volume chiaro); qui invece gli spigoli sono fortemente marcati ed il vano si sviluppa in tutta la sua terza dimensione (il mondo bizantino tende invece ad appiattire l’immagine dell’edificio). A partire da questo momento l’elemento massa viene sempre di più esaltato, San vitale a Ravenna è erede di questa concezione, nell’intento principale della chiesa è quindi quello di esaltare la massa piuttosto che il colore.

Il battistero presenta una struttura antica, interessante per la costruzione della volta a padiglione, costruita interamente in mattoni e che riprende le tecniche costruttive delle isole egee, ovvero le volte sono realizzate attraverso la giustapposizione di cerchi concentrici di mattoni, fino a raggiungere il culmine (ribadendo questa apertura di Milano verso altri mondi).

L'edificio sorgeva fuori delle mura cittadine, per cui è difficile che sia stata la normale chiesa di una comunità, non si ha notizia che qualche reliquia venerata, e la tarda dedicazione a San Lorenzo esclude l'eventualità che sia stato fondato come martyrium. Tuttavia sorge vicino al palazzo imperiale, ed è quindi possibile che sia stato costruito sotto Aussenzio come chiesa di corte per gli imperatori (tutti ariani fino al 379) nella cattolica Milano.

San Nazzaro in Brolo
Si tratta di una chiesa ambrosiana iniziata nel 382 che sorge lungo una via porticata, si tratta di quattro bracci senza navatelle, in cui quello d’ingresso è leggermente più lungo degli altri (circa 70 metri e largo 15), però (come in San Giovanni in Laterano) la navata centrale è uno spazio continuo dall’ingresso sino all’abside, i due bracci laterali sono invece divisi dal nucleo centrale da una serie di arcate, c’è questa separazione tra la parte centrale e i bracci del transetto (considerati degli annessi), luoghi dove vengono depositati i doni dell’offertorio, inoltre nelle nicchie del transetto sono collocate delle reliquie di santi. Il richiamo alla chiesa dei Santi Apostoli di Costantino a Costantinopoli appare evidente.
La chiesa è stata fortemente manomessa ma si conservano ancora le strutture originarie, la nuova chiesa ha nascosto le strutture antiche senza però distruggerle. All’esterno la struttura si distingue per i paramenti murari in mattoni; questo è un elemento importante perché verrà ripresa a Ravenna, infatti in entrambi territori era presente molta argilla, ma mentre a Milano si utilizzano sottili strati di malta (molto più raffinata e legata ad esperienze costantinopolitane, dove il marmo viene usato in questo modo), a Ravenna c’è una forte presenza di malta; altro elemento che appare sono la decorazione degli architetti pensili sotto i cornicioni, con delle nicchie scavate al punto da lasciare vedere l’estradosso della volta retrostante; questi archetti pensili sono collegati a distanza mediate elementi verticali che si chiamano lesene (elementi piatti che non hanno una funzione strutturale ma soltanto ornamentale, nell’architettura romanica questi elementi avranno anche funzione strutturale).

San Sempliciano o Basilica Virginium
In questa basilica, dovuta a Sempliciano, viene ripreso il modulo cruciforme, che presenta un impianto cruciforme (con una navata di 60 x 22 metri e con i bracci del transetto che sporgono di 15);
un impianto che appare poco in quanto attualmente risulta essere circondata su tre lati una struttura che rende piuttosto tozza la costruzione; nell’esterno appare un motivo che lascia un’eredità all’architettura ravennate, ovvero la soluzione delle arcate che circondano le finestre, si tratta di grandi arcate con doppia ghiera che inquadrano le finestre (un motivo molto diffuso a Ravenna ed in particolare a San Giovanni Evangelista di Ravenna, un elemento che era apparso anche nell’architettura romana, ma sicuramente mai in forme così grandiose, ovvero come elemento dominante una facciata, in genere era limitata a piccole superfici).

Basilica di San Giovanni in Conca
Una chiesa a navata unica che si concludeva in un'abside, sopravvive la parte inferiore dei muri esterni, per una lunghezza complessiva di 53 metri.