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mercoledì 19 febbraio 2014

Architettura Paleocristiana a Ravenna

La città di Ravenna diventa importante nel 402, però certamente anche prima aveva avuto una tradizione romana, anche in età repubblicana, poiché si trovava in una regione di confine con la Gallia cisalpina e soprattutto era situata lungo la linea del territorio di pertinenza romana (era il Rubicone che segnava il limite con la Gallia Cisalpina).

Anche durante l’età di Ottaviano era diventa sede della flotta romana in difesa dei territori orientali, in seguito era diventata municipio romano, con la sua struttura regolata dal cardo e decumano e con le varie strutture di rappresentanza della civiltà romana.

Nel 402 diventa capitale dell’impero romano d’occidente grazie alla presenza di Gallia Placidia, questo periodo vede uno sviluppo dell’attività edilizia, che vede non solo un ampliamento dell’antica città romana verso est.

La prima espansione verso est in corrispondenza della fossa augusti (che collegava la città al porto), questa fossa però venne interrata nel VI secolo; con Galla Placidia si occupa la zona più a nord e comincia quindi l’espansione verso il mare (in questa zona viene anche costruito un secondo porto che toglie importanza al primo porto di Classe, anche se poi questo porto verrà abbandonato). Troviamo poi Teodorico, ormai il processo di espansione ad est si è attuato ed ha raggiunto il mare, in questa area sorge il mausoleo di Teodorico.

Nel momento di Galla Placidia (425-455) abbiamo una architettura ricca che vede come monumenti principali la chiesa di San Giovanni Evangelista, cattedrale e battistero degli ortodossi e il mausoleo di Galla Placidia

Dopo questo periodo, nel 476, cade l’impero romano d’occidente e Odoacre si insedia a Ravenna e vi abita, fondando un palazzo (in seguito Teodorico costruisce un palazzo nella stessa strada); Odoacre non costruisce di importante mentre il figlio Valentiniano III costruisce un palazzo imperiale (anche questo inglobato nel successivo palazzo di Teodorico).

Nel 496 torna Teodorico e governa sino al 523, questo periodo vede la costruzione della cattedrale ariana ed il battistero degli ariani, costruisce inoltre il palazzo, il mausoleo e la cappella palatina (che poi è la chiesa di Sant’Apollinare Nuovo); dopo la morte Ravenna rientra nell’orbita bizantina grazie a Belisario, diventando città bizantina, mentre Giustiniano è vivo vengono costruiti San Vitale e la chiesa di Sant’Apollinare in classe.

Dopo si assiste ad una età di decadimento quando diventa sede di un esarcato (cioè di un governatore bizantino, preposto ad esigere le tasse dai ravennati per inviarle a Costantinopoli), un periodo molto triste che si conclude con l’invasione longobarda.

In ognuno dei tre momenti che vengono individuati durante il periodo di splendore della città di Ravenna appaiono dei caratteri particolari che contraddistinguono ciascuna fase; abbiamo individuato una prima fase che è quella corrispondente a Galla Placidia, dopo il trasferimento nel 402 della capitale da Milano a Ravenna con Onorio per ragioni di maggiore sicurezza (Ravenna sorge infatti su un terreno paludoso e posta sul mare). Queste ragioni avevano determinato il decollo della città, la città prima era un semplice municipio, l’unico elemento di distinzione era la presenza della flotta classenze che serviva a difendere i popoli orientali, per altri elementi Ravenna non emergeva, era certamente una città di grande commercio e poi l’apertura della fossa augusti (questo canale che collegava il porto di Classe con un braccio meridionale del Po) ne faceva un centro di scambi fiorente.

Certamente è la presenza della corte imperiale che muta sostanzialmente la struttura della città; Galla Placidia assume il potere finché Valentiniano III non avesse raggiunto la maggiore età (infatti nel 425, quando muore Onorio, Valentiniano, figlio della sorella, aveva solo 5 anni). Viene quindi investita dei poteri Galla Placidia, sicuramente dotata di grandi abilità politiche, infatti la sua condizione di principessa imperiale le aveva dato la possibilità di studiare intensamente ed era dotata di grande abilità politica. Era sostanzialmente una donna appassionata e combatté per tutto il periodo della reggenza per mantenere l’impero d’occidente in una soluzione di relativa sicurezza (aveva tra l’altro dovuto sposare Alarico, re dei Visigoti, per questioni di sicurezza). Questa situazione di relativa tranquillità portata da Galla Placidia le consente di dare un certo incremento all’attività edilizia (tra il 425 e il 455, morte del figlio Valentiniano III).

Il secondo periodo è quello brevissimo di Odoacre legato alla caduta dell’impero romano d’occidente (che avviane nel 476), il quale è un condottiero barbaro ostrogoto, arriva a Roma, depone l’ultimo imperatore (Romolo Augusto) e prende possesso dei territori dell’ex impero romano d’occidente, e continua a dimorare nella capitale Ravenna. La sua permanenza nella città è breve e possiamo dire che tracce tangibili della sua presenza a Ravenna ne sono rimaste poche perché il presunto palazzo di Odoacre è subito inglobato nel palazzo di Teodorico (di cui si conservano resti cospicui), infatti conosciamo la posizione del palazzo di Odoacre in quanto le fonti segnalano questa sovrapposizione.

Il periodo di Teodorico è sostanzialmente il secondo (perché quello di Odoacre non lo consideriamo). Teodorico è un barbaro e viene dalla Sarbazia, in giovane età viene educato alla corte di Costantinopoli ed ottiene i favori di Giustiniano che non era imperatore ma un personaggio molto noto essendo già designato erede al trono da Giustino I (due imperatori molto diversi perché imperatori molto rozzi, provengono dall’Isauria, certamente non erano molto educati, erano sicuramente dei buoni condottieri). L’amicizia con Giustiniano comporta per Teodorico la possibilità di essere accolto in corte e di essere mandato a conquistare i territori di cui Odoacre aveva preso possesso. Teodorico conquista gran parte dell’Italia (da Roma in su), questi diventerebbero territorio bizantino ma di fatto si guardò bene di restituire i territori a Costantinopoli e si proclamò re.

Teodorico assume il governo (493-526) ma si distingue dagli altri capi barbari e a contatto con questa città ne subisce il fascino, diventando uno dei cultori più accaniti di questo mondo antico, cercando di riproporre nelle sue architetture stilemi desunti dall’architettura romana imperiale; anzi soggiorna più volte a Roma, soggiornando nel palazzo dei flavi, dove ha la possibilità di conoscere i monumenti dell’antica Roma e predispone una sorta di prontuario per la protezione dei beni architettonici (in pratica istituisce un’officio di controllo sullo stato di conservazione dei monumenti, alcune di queste norme sono state inglobate nella carta di Atene).

Pure da ricordare l’atmosfera che si respirava alla sua corte dove ospitava personaggi famosi della cultura; in questo intreccio di culture, le architetture di Teodorico riesumano questi modi architettonici antichi e soprattutto nel palazzo imperiale vengono ripresi ed ampliati i temi del palazzo di Diocleziano a Spalato (perché anche Teodorico si sente un po’ deus come Diocleziano).

Questa ricerca nella romanità si ritrova anche nella ricerca delle architetture basilicali e religiose, in quanto è responsabile della costruzione della chiesa di Sant’Apollinare Nuovo, che costituisce la chiesa palatina del suo palazzo; in questa chiesa riprende temi che erano apparsi in edifici termali romani (non tanto dal punto di vista delle tecniche costruttive ma la ripresa è da intendere nel senso di spazio maestoso che si respira all’interno della costruzione).

Il terzo periodo è quello relativo alle vicende che seguono alla morte di Teodorico (le cui cause sono avvolte nella leggenda), certamente sappiamo che nel 526 scompare dalla vita politica; in questo momento la città affronta un momento di incertezza politica poiché c’è una sorta di vacanza nella conduzione del governo ed avvertendo questa sensazione, Giustiniano imperatore d’oriente (nel tentativo di unificare l’impero) organizza una spedizione per conquistare i territori. Affida il compito a Belisario, il quale sbarca nel Lazio, risale la penisola ed occupa Ravenna (nel 540), che diventa possedimento di Costantinopoli.

La città viene investita da una nuova ondata di cultura orientale che si sovrappone a quelle preesistenti; si assiste in questo periodo alla creazione di San Vitale (527) e Sant’Apollinare in Classe, che concludono questo felice ciclo della città, dopo il quale al governo vengono collocati degli strateghi, la cui successione non apportano una grande contributo alle premessa della storia precedente, ma invece segnano un momento di decadenza perché l’unico loro compito era esigere le tasse. Questo periodo viene denominato dell’esarcato (che era lo stratego). Nel 751 i Longobardi pongono fine alla presenza Bizantina nell’Italia settentrionale con Astolfo, questa conquista segna una svolta storica perché entrano nella storia i carolingi entrando pienamente nell’alto medioevo dal punto di vista storico e nel preromanico, dal punto di vista architettonico.

Come si nota la città sorge su un profilo costiero ed è quasi completamente circondata dal mare, a sud si trova il porto (con la flotta classenze) e la fossa che portava le merci alla città (da dove partivano per Venezia o per Milano). In epoca romana la città ha una forma regolare, con il suo cardo e decumano, con la porta principale situata al centro del muro meridionale; di questa porta esiste ancora il tracciato ma l’alzato non si conosce con precisione, da qui iniziava la via per Roma (la conosciamo più che altro attraverso i disegni di Palladio), la sua importanza rimane anche in età imperiale (infatti quando Ravenna diventa capitale questa porta viene abbellita con temi decorativi e viene chiamata porta aurea).

La prima fase di espansione si attua all’esterno del castrum romano, con la quale si cercava di unire la città con la fossa augusti, che sorgeva ad una certa distanza.

Nel 402, quando Ravenna diventa capitale, si è attuata l’espansione fino a raggiungere la fossa e al di la di questa si comincia a delineare l’area dove sorgeranno i primi palazzi imperiali. L’altra regione importante era quella regio herculana (perché dedicata ad ercole, dove c’è il foro, curia ed un edificio termale), all’esterno era situato il circo. Queste due regioni erano quelle più importanti, mentre quella settentrionale era poco abitata perché era possedimento privato della chiesa e del vescovo di Ravenna (dove sorgerà il mausoleo di Galla Placidia e San Vitale).

Verso il porto si trova una ragione che poteva essere posto del palazzo di Onorio, mentre più a nord quello di Odoacre e poi il palazzo di Teodorico.

Infine la città nel momento della conquista bizantina, quando già è terminato il regno di Teodorico; tutta l’area ad est della fossa si è espansa raggiungendo la costa, fino a lambire il secondo porto che era in questo momento più attivo dal punto di vista commerciale (il porto di classe conserva il suo ruolo di residenza della flotta); l’espansione fino al litorale si attua durante Teodorico, che bonifica ed urbanizza il territorio (precedentemente utilizzato come necropoli), le fonti parlano di un’area occupata da numerose chiese (i nomi sono di ascendenza orientale ed in linea con la tendenza di Teodorico).

Alla prima fase del palazzo, non lontana dalla costa, faceva parte la cappella palatina, che è la chiesa di san Giovanni Evangelista (la prima chiesa che Galla Placidia costruisce), questa chiesa si trovava poco distante dalla fossa augusti e all’incrocio con questo asse si trovavano i corpi di guardia del palazzo ed accanto era situata la zecca imperiale (questi elementi sono importanti perché denotano già chiaramente la visione politica di Galla Placidia, che tenta di far rivivere l’impianto urbano di Costantinopoli nella città di Ravenna); anche il tessuto viario è formato da una serie di strade tra loro parallele e porticate, tra queste si distingueva quella che collegava il centro episcopale.

Basilica di San Giovanni Evangelista
Prima costruzione di Galla Placidia (risalente al 424-434), situata nell’incrocio tra la fossa augusti (che era diventata strada) e la perpendicolare del cardo, fa parte del primo palazzo imperiale e così come si presenta è una sorta di falso architettonico perché la chiesa venne bombardata.
Nella ricostruzione sono stati usati materiali antichi ma non in una maniera scientifica, si conosceva bene l’impianto antico, l’unica differenza è l’altezza rispetto alla situazione iniziale, perché Ravenna è un terreno acquitrinoso in cui le costruzioni tendono ad abbassarsi (almeno 1,50 di differenza di altezza), queste modificano la visione e conferiscono un senso di tozzezza che non appare attualmente anche perché queste basiliche tendono ad espandersi con una serie di edifici annessi. La parte absidale si allinea con i sistemi già riscontrati a Milano (queste chiese somigliano parecchio dal punto di vista dell’alzato a quelle milanesi) soprattutto per la tecnica costruttiva dei mattoni (il materiale più adoperato essendo zone in cui l’argilla è molto diffusa). Quindi viene ripresa la tecnica costruttiva a mattoni con una malta di forte spessore, che proveniva da certe prassi costruttive molto diffuse a Milano, mentre molto lontani dagli esempi contemporanei a Costantinopoli, che presentano una raffinatezza nelle tessiture dovute al fatto che usano uno strato di malta sottile e mattoni tutti uguali per tutto l’edificio, anche perché a Ravenna (ma anche Milano) nei filari di mattoni si inseriscono delle pietre, per sostituire i mattoni. Milanese è anche il gusto per le grandi arcate che inquadrano le finestre come a San Sempliciano a Milano, come anche l’abside poligonale è un elemento che si riscontra nelle chiese a Costantinopoli.

La basilica originaria constava di navata e navatelle, più brevi delle attuali perché tagliate da un nartece, con le arcate ampiamente spaziate; le navatelle sono illuminate da finestroni, i loro muri sono articolati all'esterno da lesene; pulvini a forma di piramidi tronche rovesciate sovrastano i capitelli richiamando da vicino i contemporanei pulvini della Grecia. Vani aggiuntivi sporgevano lateralmente dal nartece come in tante chiese del V secolo in Grecia e sulle coste dell'Asia, e probabilmente erano sormontati da torri; anche l'abside è di tipo egeo, poligonale all'esterno, con tre finestre; l'apertura ad archi al di sopra può essere coeva. Due ambienti isolati che sporgono dalle navatelle verso oriente può darsi siano stati cappelle di martiri, in quanto somigliano ai vani sporgenti delle coste della Cilcia anziché ai vani laterali delle chiese della Siria.

La facciata è completamente nuova costruita nel XII secolo mentre il campanile è del X secolo (tutta la zona e disseminata di questi campanili).

Per l’interno vengono usate le colonne antiche e che provengono da monumenti romani della città; l’impressione che si ha è di una ampiezza di spazio che caratterizza la chiesa accomunandola ai grandi edifici termali, sicuramente colpiscono per lo sviluppo longitudinale accentuato (che rappresenta una differenza con le chiese di ascendenza costantiniana, molto quadrangolari, a Ravenna ritorna questo modulo longitudinale che mostra in maniera più chiara l’idea di uno spazio cinetico).

Si ha la sensazione di state in uno spazio immenso e continuo diverso dalle chiese romane, questo sviluppo è accentuato da un’altra caratteristica, ovvero tutte le chiese ravennati non hanno il transetto, la mancanza di questo elemento accentua questo senso di sviluppo longitudinale in quanto lo sguardo è attratto immediatamente verso l’altare in fondo, senza avere degli ostacoli visivi (da ricordare che anche a Costantinopoli c’è una chiesa dedicata a San Giovanni ed è vicino ad un porto).

La chiesa deriva da un voto fatto da Galla Placidia, in quanto durante il trasferimento da Costantinopoli la nave viene colpita da una grande tempesta, per questo Galla Placidia invoca San Giovanni, la nave sopravvive e nel punto in cui approda si decide la costruzione della chiesa.

L’altra chiesa che costruisce si trova nell’area riservata al vescovo di Ravenna, non si tratta di una costruzione ex novo ma utilizza le preesistenze dell’area, perché nella zona preesisteva, prima che decidesse di sistemare questo mausoleo, una chiesa cruciforme preceduta da una grande nartece che terminava alle due estremità con degli edifici cruciformi (probabilmente dei mausolei antichi che facevano parte della costruzione, in seguito la chiesa venne ridotta ad una superficie molto più ridotta).

La chiesa di santa Croce presentava con pianta a croce e bracci senza navatelle, cioè del tipo comune a Milano fino al 400; della chiesa vera e propria sopravvive solo la navata, col nome di Santa Croce, assai manomessa e probabilmente ricostruita nel medioevo; si conoscono tuttavia la pianta, che presumibilmente comprendeva due bassi vani addossati alle fiancate della navata (altra soluzione milanese) e un lungo nartece con le estremità schermate (quest'ultimo un elemento tipico della Grecia).

Mausoleo di Galla Placidia.
L’edificio è tutto in mattoni grossi e alti, ed è a forma di croce(pianta a croce latina, perché il braccio longitudinale di ingresso è leggermente più lungo degli altri.) e nel punto di incontro dei rispettivi bracci è coperto da una torretta quadrata a protezione della cupola semisferica che si vede all’interno. Attualmente il tempietto è interrato per poco più di un metro e mezzo: questo dislivello altera quindi in maniera notevole quello che fu il primitivo aspetto del piccolo oratorio, che appare così accorciato in altezza.

Ad eccezione della facciata ,tutti i lati sono ornati di lesene che in basso poggiano su uno zoccolo ed in alto si risolvono in archeggiature, le quali col loro ritmico succedersi rendono meno uniforme la struttura muraria. Il sacello è illuminato da 14 piccole finestre, di cui quelle più in basso hanno forma a feritoia con strombatura interna. Ha un paramento in semplice laterizio con la parte centrale a base quadrata più alta, e i bracci più bassi con tetto a 2 spioventi. Se l’esterno del piccolo sacello placidiano è estremamente semplice e modesto, l’interno è invece ricco e sontuoso: ha una ricca decorazione. La parte superiore del tempietto è rivestita di mosaici e nella parte bassa è ricoperto da un’alta fascia di lastre di marmo giallo antico. I colori principali della decorazione musiva sono indaco e oro. La cupola centrale domina lo spazio interno, essa è affiancata sui lati da 4 lunette ed altre 3 lunette si trovano alle estremità dei bracci. Sulle volte a botte dei bracci si hanno mosaici a carattere ornamentale, su sfondo blu scuro sono delineati tanti piccoli cerchi d’oro, tante stelle e tanti strani fiori. La piccola cupola semisferica che si trova all’incrocio dei quattro bracci dell’edificio cruciforme è ravvivata da più di ottocento stelle d’oro su sfondo indaco che in anelli degradanti si stringono attorno ad un’aurea Croce latina. La croce ha il braccio più lungo verso levante e non sull’asse del sacello perché l’architetto a causa dell’innesto del nartece della chiesa di santa croce non poté dare all’edificio l’orientamento stabilito dalla liturgia e volle rimediare dando l’orientamento corretto alla croce che capeggiava al centro della volte stellata. L’alto tamburo su cui poggia la cupola ha 4 lunettoni nel cui centro si apre una finestra rettangolare.

Contemporaneamente a questi edifici si costituisce il centro episcopale con la Cattedrale ed il Battistero degli Ortodossi o neoniano, in quanto il vescovo Neone lo fa costruire agli inizi del IV secolo (anche se viene modificato alla fine del IV secolo dal vescovo Urso e quindi viene anche chiamato Ursiano, il quale non fa altro che sopraeleva di un piano la chiesa antica e viene anche predisposto il programma musivo dell’interno che si uniforma alla chiesa di Galla Placidia).
All’interno della pianta ottagonale si assiste all’esplosione delle decorazioni musive, in quanto le pareti sono riccamente decorate su diversi piani, in modo tale da formare una sorta di aura antica (in quanto ricorda il mausoleo di Diocleziano a Spalato, caratterizzato dagli stessi aggetti di piani, basati sul rapporto tra l’arcata ed il sostegno inferiore). Questo movimento di pareti, che crea una sorta di profondità, è esaltato da lastre marmoree (di diverso colore, soprattutto di serpentino e porfido). In generale anche l’interno ha subito varie modifiche (ci sono anche delle decorazioni di stucco antico); mentre nella parte della cupola è rappresentata la scena del battesimo di Cristo, confermano il dogma dell’ortodossia con la colomba sopra la testa di Gesù.

Interessante è la tecnica costruttiva adoperata per la cupola, realizzata in tubi fittili, elementi in argilla incastrati gli uni agli altri che uniti formano il profilo della volta e si chiudono nella parte finale, creando in questo modo una cupola leggerissima, annullando l’effetto di spinta (ed evitando le opere di contraffortamento). Questa tecnica è un’invenzione ravennate, nel senso che sono quelli che hanno perfezionato questa tecnica, la quale era apparsa probabilmente già in epoca romana, però gli altri esempi non sono molto noti (ma non ha a Ravenna stessa un utilizzo sistematico, solo San Vitale); anche il battistero degli ariani è simile ma non presenta questo tipo di volta. All'esterno i muri articolati da fasce di lesene (il fregio conclusivo ad archetti pensili.

Battistero degli Ariani
Fu fatto erigere da Teodorico.Essendo di religione ariana ,decise di far convivere pacificamente i goti (ariani) e i latini(ortodossi),sebbene le 2 etnie venissero tenute separate; questa scelta comportò quartieri separati e doppi edifici di culto in città. A breve distanza dalla cattedrale sorge interrato per circa 2,25 metri, il battistero che Teodorico innalzò in funzione di essa. L’edificio è di pianta ottagonale e sui lati esterni presenta 4 piccole absidi. In origine attorno alla costruzione girava per sette lati un ambulacro. Poco dopo la metà del VI secolo, Giustiniano assegnò ai cattolici gli edifici di culto posseduti dagli ariani questo battistero cessò di funzionare come tale e fu trasformato in chiesa che prese il nome di Santa Maria in Cosmedin. La decorazione della cupola realizzata in mattoni è di tipo musivo. Nel disco che si trova al sommo è raffigurato il battesimo di Cristo ,ed attorno a questo vi sono i 12 Apostoli in duplice fila che guidati da S. Pietro e S. Paolo avanzano verso il trono. Tutto questo è su fondo aureo.

S. Apollinare Nuovo
La basilica che oggi è chiamata S. Apollinare Nuovo fu in origine una chiesa destinata al culto ariano. La fece costruire Teodorico, il quale la dedicò al Redentore. Il sacro edificio non funzionò per molto come chiesa ariana perché Ravenna passò sotto il dominio dei Bizantini, l’Arcivescovo Agnello riconciliò  la basilica al culto cattolico. In occasione di questo “riconciliatio” la chiesa fu dedicata a S. Martino, ma anche il nome di S. Martino era destinato a cadere dell’ombra: ciò avvenne a metà del IX secolo perché per evitare che le sacre reliquie di S. Apollinare (primo vescovo di Ravenna), potessero essere eventualmente profanate in una di quelle incursioni piratesche che in quel periodo erano abbastanza frequenti, così furono trasportate dalla basilica di S. Apollinare in classe a quella di S. Martino perché era situata entro il perimetro delle mura della città. Così la chiesa di S. Martino fu rinominata S. Apollinare di Nuovo. A destra dell’edificio si innalza uno snello campanile cilindrico alto più di 38 metri ,in esso si aprono delle monofore, delle bifore e delle trifore, così facendo la costruzione assume un aspetto di maggior leggerezza. L’interno d ella chiesa è diviso in 3 navate mediante 2 file di 12 colonne ciascuna. Queste sono in marmo greco. I capitelli sono di stile corinzio,sono sormontati da pulvini che servono ad isolare maggiormente dalle colonne le sovrastanti pareti. La chiesa è conclusa da una larga e profondissima abside barocca adorna di stucchi e dipinti. L’abside originaria era semicircolare all’interno e pentagonale all’esterno. L’altare si trova al centro del presbiterio ,con una fenestrella sulla fronte che lascia intravvedere  la base interna con i vani per le reliquie. Ricco rivestimento musivo che ricopre per tutta quanta la sua ampiezza le pareti della navata centrale(prima la decorazione musiva prendeva anche la zona absidale e la facciata interna). Esternamente si presenta con una facciata a capanna realizzata in laterizio. Il nartece presenta un tetto a spiovente, che dalla facciata scende verso le colonne portanti. Queste sono in marmo bianco e creano un notevole contrasto con la scurezza dell’edificio .

Mausoleo di Teodorico
Si trova a circa 1 km dal centro della città, è costruito con grandi blocchi di pietra d’Istria ,perfettamente squadrati e saldamente connessi. Esso ha 2 ordini sovrapposti: quello inferiore, che è decagonale, ogni lato racchiude un’ampia e profonda nicchia, su cui gira un arco a tutto sesto formato da conci di pietra dentati. Nella nicchia verso ponente si apre una porta che immette all’interno, in cui si trova un vano in forma di croce, coperto a crociera e rischiarato dalla luce di sei finestrelle. L’ordine superiore è un po’ più ristretto ed è pur esso decagonale. L’interno è invece perfettamente circolare. La copertura è formata da un enorme unico monolite a forma di calotta di calcare istriano. Lungo il bordo esterno  di questo immenso masso sono ricavate, a distanze uguali, dodici anse.

San Vitale
Viene costruita da Giuliano Argentario, un personaggio citato dalle fonti, probabilmente governatore della città, promotore su mandato di Giustiniano della costruzione insieme al vescovo di allora; iniziata nel 525, quando ancora era vivente Teodorico, la chiesa viene completata nel 547, quando ormai Ravenna si trova sotto il dominio bizantino da almeno sette anni. L’immagine di questa pianta evoca immediatamente le chiese costantinopolitane, in particolare San Sergio e Bacco, per la forma planimetrica ottagonale; era interesse da parte della corte bizantina di Giustiniano introdurre la cultura orientale in occidente. L’aspetto importante di questo edificio è quello che pur partendo da premesse giustinianee, in realtà modifica gli elementi formali realizzando un sistema spaziale più vicino alle chiese occidentali, soprattutto San Lorenzo a Milano; che pur facendo riferimento a temi orientali, li nega utilizzando materiali possenti come le strutture murarie, a differenza dell’oriente che lega gli ambienti attraverso effetti cromatici. Come abbiamo detto quello orientale è volto a creare un’architettura illusoria e per la stesura dei materiali favorisce la fluidità di un ambiente dentro l’altro (poiché gli spigoli non sono perfettamente marcati ma scivolano l’uno dentro l’altro), creando una mobilità che impedisce di leggere la struttura.

In San Lorenzo pur essendo complessa per via della sovrapposizione delle arcate (sia al piano terra che al piano superiore) si mantiene chiarissima il funzionamento della struttura, questo in virtù del fatto che il materiale utilizzato è lasciato libero da ogni sovrapposizione decorativa. Lo stesso avviene a San Vitale, la quale più che essere legata al modello orientale si avvicina maggiormente a quello occidentale rappresentato da San Lorenzo. La chiesa pur avendo un modulo orientale traduce il disegno della pianta in alzato con una spazialità occidentale, questo per indicare che non bisogna giudicare un edificio dalla pianta.

Attualmente vediamo la chiesa con alcune modifiche, superato l’atrio si arriva all’ingresso e si trova di fronte ad una parete continua, questo perché l’ottagono che forma il perimetro della chiesa non poggia uno dei sui lati alla parete dell’ingresso ma con uno degli spigoli, creando dei triangoli laterali che si presentano articolato nella copertura a fiancate da due torri. L’atrio che abbiamo attraversato è un classico nartece a forcipe (come quello della basilica di Massenzio), la particolare forma determina il fatto che non può esistere un rapporto diretto con l’altare (cosa che avveniva nelle altre chiese dello stesso periodo), infatti il visitatore deve procedere prima attraversando la porta nello spazio triangolare, da cui gode di una visione che non è ancora diretta verso l’altare in quanto viene colpito da un ventaglio di prospettive molto variegato che gli si presentano dinnanzi; ha per questo un’impressione di disorientamento (sopratutto dal punto di vista costruttivo), comincia ad avere una percezione più chiara quando giunge in corrispondenza dell’esedra, dove ha una visione assiale dell’edificio. Quindi quello che prima era un movimento immediato e cinetico, viene invece rallentato attraverso questi percorsi che trasformano la percezione dello spazio da unitario (che segue un’unica direzione), in un’immagine di spazi dinamici. Spazi dinamici che aumentano il peso della struttura, che diventa ancora maggiore quando il visitatore si dirige verso l’altare, perché quando si trova al centro viene risucchiato verso l’alto dalla notevole altezza e il suo sguardo si volge tutto intorno ed è attratto dalle arcate del piano terra e del piano superiore, ancora una sensazione di smarrimento che non gli consente di avere chiara tutta la struttura ed è colpito dal fatto che non vede dal basso con tutta chiarezza il sistema strutturale dal piano superiore. Il visitatore ha bisogno di un momento di riflessione, dopo inizia a ragionare e vedendo la struttura nella sua logica lineare ne immagina la prosecuzione ed riesce a ricreare la logica strutturale dell’edificio; fenomeno che non avviene nelle chiese orientali (poiché gli spigoli nelle chiese bizantine non esistono, i colori tendono a favorire una visione continua, appiattendo tutte le forme). Questo è un momento decisivo che si verifica sia in oriente che in occidente, le chiese orientali si ispireranno a San Vitale cristallizzando queste forma, le altre continuano un filone autonomo nel senso delle masse.

In sintesi in quest’edificio c’è un tema legato maggiormente all’oriente che è quello di iniziale smarrimento, ma il modo con cui s risolve questo smarrimento è diverso, nel primo caso lo smarrimento rientra nella logica di comprensione dell’intera struttura (ottenuta attraverso l’esaltazione dei singoli volumi, percepiti attraverso la netta distinzione di un elemento dall’altro), nel caso orientale questo non avviene ed il fedele esce senza avere chiara l’idea della struttura. I mezzi con cui si ottengono queste due soluzioni sono diversi, in particolare l‘utilizzo di superfici scabre nel caso di San Vitale e pareti mosaicate o marmoree del caso orientale (per questo è importantissima la luce).

Questo edificio ed in particolare la sua definizione spaziale, verrà continuato nella chiesa di Aquisgrana di Carlo Magno, che porta a maturazione questo modello cercando però di evidenziare immediatamente la chiarezza della struttura (senza passare per il momento di smarrimento), questo è ottenuto attraverso la costruzione di un edificio simmetrico, questo è intenzionale perché punto di partenza era quello di creare un’architettura illusionistica. Nell’architettura carolingia questo viene superato, in quanto si vuole chiarezza immediata dello spazio. Vengono creati dei volumi in maniera gerarchica, è una sorta di dosaggio proporzionale che si cerca di stabilire tra le parti che compongono l’architettura.

S. Apollinare in Classe
Il Vescovo Massimiano che aveva consacrato la chiesa di San Vitale, dopo poco consacrò nel 549 l’imponente basilica di S. Apollinare in Classe. La denominazione in classe deriva da quella del vicino Oppi dum Classis,che sorse a difesa del famoso Porto fondato da Ottaviano Augusto. La basilica sorge a quasi 5 km dal centro di Ravenna .Un tempo era vicina al mare.
Ha un’imponete campanile, che è reso più elegante e più snello da una serie di feritoie, di monofore, di bifore e di trifore, nelle quali, per le ultime, furono impiegate bianche colonnine con caratteristici capitelli a stampella. Si addossò la spesa della costruzione Giuliano argentario(lo stesso di san vitale) ed infatti ritroviamo lo stesso tipo di mattoni cioè lunghi ,rossi e sottili detti appunto “mattoni giulianei”. La chiesa ha il classico sviluppo basilicale ,era in origine preceduta da un quadriportico. Al corpo centrale della facciata ,inquadrata alle estremità da 2 lisce lesene, si addossa il nartece che a sinistra è affiancato da un alto vano quadrangolare a guisa di torretta (analogo ambiente doveva erigersi anche all’estremità destra). Un ritmico susseguirsi di archeggiature  sostenute da lesene da articolazione ai muri laterali esterni nei quali si aprono numerose ,ampie finestre. L’abside semicircolare all’interno è  esternamente poligonale: ai suoi lati sorgono il diaconico e la protesi, due vani di forma quadrata cui s’innestano 2 piccole absidi pentagonali. L’interno si impone specialmente per l’ampiezza considerevole della navata mediana, lungo la quale si allineano 2 file di colonne marmoree. Queste hanno la caratteristica d’avere venature orizzontali ,d’essere sovrapposte a delle basi dadiformi e d’essere sormontate da capitelli a foglie rigonfie e da altrettanti pulvini. Su ciascuno dei muri laterali  si aprivano tre porte ed erano rivestiti di lastre di marmo .Il presbiterio della chiesa rimane oggi notevolmente elevato ,questo perché in seguito fu aggiunta una cripta,foggiata ad anello semicircolare  con corridoio centrale. Il pavimento era ricoperto da una decorazione musiva. La zona absidale è riccamente decorata a mosaico. Al centro della basilica è collocato un altare antico.

Architettura Paleocristiana a Milano

Dal 353 la città era stata frequentemente residenza imperiale e di fatto capitale dell'Occidente; nel 373 divenne anche la residenza di sant'Ambrogio e grazie a lui fu anche il centro spirituale dell'Occidente. Milano è stata anche uno dei grandi centri architettonici del mondo cristiano, la sua importanza è dimostrata da cinque grandi chiese, tre delle quali sopravvivono quasi complete: San Nazzaro, San Simpliciano, San Giovanni in Conca, Santa Teda e San Lorenzo. Le piante molto diverse tra loro dimostrano l'inventiva dei costruttori che gravitavano allora intorno alla corte imperiale e a quella episcopale di Milano; i cinque edifici hanno in comune la monumentalità della concezione, la grandiosità dei volumi, i muri forti e poderosi, nonché le fasce di pilastri che li articolano, le arcate cieche e le basse gallerie. Sono coperti da grandi volte semplici oppure da tetti a capriate, e sono costruiti in muratura massiccia: mattoni spessi, in certi casi disposti a lisca di pesce, con grossi ciottoli inseriti qua e là, con sottili strati di malta bianca.

Grazie alla presenza di Sant’Ambrogio la città dovette ben presto munirsi di una cattedrale, la quale sorgeva nei pressi dell’attuale duomo e che era la cattedrale dedicata a Santa Tecla.

La costruzione risale al IV secolo, leggermente prima della venuta di Sant’Ambrogio a Milano (nel 573), pero nella parte di completamento il suo intervento dovette manifestarsi pienamente, infatti quasi tutte le chiese di questa epoca sono controllate da Sant’Ambrogio o dal suo discepolo, il vescovo Sempliciano.

La chiesa presenta affinità notevoli con la chiesa di San Giovanni in Laterano (quella che trova maggiore avvenenza nell’architettura milanese); come abbiamo visto nella chiesa di San Giovanni non c’è la separazione tra il martyrium e la basilica, quindi è una costruzione unitaria (cioè tutto il complesso si esaurisce nell’impianto basilicale); inoltre anche il perimetro è molto simile, in quanto ci troviamo di fronte ad uno sviluppo longitudinale di 82 metri e di uno trasversale di 45, non a caso abbiamo detto che in San Giovanni c’è un notevole sviluppo longitudinale della navata, che non si arresta in corrispondenza del transetto ma continua fino ad arrivare alla parete opposta, come assistiamo in Santa Tecla (dove la navata centrale si sviluppa anche nel presbiterio sino ad arrivare alla zona absidale, nello stesso modo le navatelle che sembrerebbero interrotte da setti murari, ma la ricostruzione è ancora dubbia). Due profonde ali (presumibilmente utilizzate per l’offertorio) erano affiancate alla zona del presbiterio e non superavano il perimetro delle navatelle, queste ali erano divise dal resto del presbiterio attraverso cinque archi su colonne, a loro volta questi spazi sono divisi in due navatelle, divise da un numero di sostegni minore (come accade anche nelle navatelle che affiancano la navata centrale, esattamente come in San Giovanni in Laterano)

Sicuramente il senso spaziale di San Giovanni in Laterano si avverte molto e anche la disposizione dei sostegni della navate ricorda direttamente quelle di San Giovanni, infatti le due fila di sostegni non sono perfettamente allineate ma sono fra di loro sfasati ed è probabile che fossero sormontate da arcate.

Le maestranze milanese se da un verso guardano l’architettura romana per l’altro elaborano soluzioni nuove, in questo caso quello che rimane incerto nella ricostruzione della chiesa, in particolare per quanto riguarda l’alzato e ancora più in particolare la parte del transetto, sono state ipotizzate diverse soluzioni (una secondo la quale potesse essere simile a San Giovanni in Laterano, cioè con le navate più esterne bloccate da sporgenze).

L’ipotesi più accreditata è di pensare che siano tre volumi giustapposti in cui quelle centrale emerge non in maniera considerevole rispetto agli altri due; questa ipotesi di un transetto a tre parti di altezza diversa è un’idea che viene dal confronto con alcune chiese orientali, in particolare di origine greca (non a caso alla direzione della cattedrale si susseguirono una serie di vescovi orientali che portano influenze), è probabile quindi che l’architettura milanese abbia assimilato questo modo architettonico e nello stesso lo ha anche trasformato, infatti mentre nelle chiese greche il transetto è modesto, nella chiesa di Santa Tecla il partito è realizzato con una monumentalità notevole. Quindi in questa chiesa ritroviamo una sintesi degli elementi delle chiese di questo momento, che vengono influenzate in egual modo dall’architettura romana e dall’architettura orientale, con un atteggiamento di elaborazione.

Accanto alla chiesa c’è il battistero di San Giovanni in Fonte (probabilmente era un mausoleo antico), che ricorda il mausoleo di Diocleziano a Spalato o quello di Galerio a Salonicco.

Legata fortemente alla figura di Sant’Ambrogio è la chiesa di San Lorenzo a Milano, che è certamente uno degli edifici più celebri dell’epoca (anche se l’interno venne modificato nel VI secolo, cambiandone il senso spaziale). Questa chiesa sorgeva lungo una via porticata (come in tutte le città imperiali) e il grande atrio separava la chiesa dalla strada porticata (un atrio porticato che evoca la facciata dei grandi palazzi imperiali, in particolare quello di Diocleziano a Spalato); la chiesa originale è una chiesa tetraconca (ovvero è formata da quattro absidi), il nucleo centrale è circondato da un deambulatorio che si sviluppa al piano terra ed al piano superiore (formano delle gallerie), le due parti comunicano con il nucleo centrale mediante quattro ampie esedre formate da cinque arcate che si aprono lungo la costruzione principale; negli angoli, dove sono sistemati i quadrati, sono occupati da quattro torri.
Il nucleo centrale era coperto da una grande volta a crociera che poggiava su un tamburo quadrato; secondo altri forse vi era una cupola, anche se l’ipotesi più probabile è quella della volta a crociere.

L’edificio attuale si presenta come un ottagono in quanto i sostegni sono stati trasformati formando dei pilastri allungati che trasformano il quadrato in ottagono e in conseguenza anche in alzato il muro quadrato è diventato ottagonale e la cupola è diventata una volta a padiglione a spicchi.

Una caratteristica fondamentale dell’edificio è il senso delle masse, il quale è un aspetto innovativo rispetto alle architetture che abbiamo incontrato, questa chiesa segna l’avvio verso questo nuovo orientamento verso i volumi e la consistenza fisica dell’edificio, elementi che qui appaiono ancora in sordina ma che ben presto cominceranno a manifestarsi nella loro pienezza in tutta l’architettura alto medioevale fino ad arrivare all’avvento del romanico. Probabilmente questo senso delle masse che si avverte in questa costruzione è dovuto ai rapporti Sant’Ambrogio aveva con il mondo Germanico, dove in questo momento si costruiscono architetture che esaltano i valori di massa (come nella basilica costantiniana di Treviri, nella quale si aggiungono una serie di torri, tese ad esaltare questo effetto del volume).

Nel nostro caso le masse poste agli angoli tendono a modificare una disposizione tradizionale legata all’edificio a pianta centrica, cioè in un edificio a pianta centrica l’asse centrale è quello dominante (quello intono a cui si radunano le parti circostanti), mentre qui la compresenza di altri elementi verticali ai lati tendono a togliere enfasi alla preminenza dell’asse centrale; gli architetti cercano di trovare un’alternativa al dominio di una sola asse, questa compresenza di assi verticali saranno molto usati nell’architettura romanica, ancora in questa fase i vari volumi sono tra di loro staccati (non formano quindi una composizione organica e tendono a denunziare un problema, senza però risolverlo pienamente dal punto di vista figurale).

L’interno attuale mostra di come potesse essere la spazialità della chiesa del IV secolo, infatti anche a quel tempo c’erano le esedre aperte verso il vano centrale e certamente la percezione del visitatore è molto vaga e dinamica, perché appunto catturato da una serie di prospettive variegate ma chiare, cioè il visitatore è in grado, per via della chiarezza delle strutture (che non sono invase da mosaici colorati), di percepire la logica strutturale dell’edificio (diversamente dall’oriente dove anche nelle chiese giustinianee ci sono superfici molto decorate e il visitatore non può comprendere immediatamente la logica strutturale, in quanto sembra che le pareti scorrano le uno nelle altre senza definire un volume chiaro); qui invece gli spigoli sono fortemente marcati ed il vano si sviluppa in tutta la sua terza dimensione (il mondo bizantino tende invece ad appiattire l’immagine dell’edificio). A partire da questo momento l’elemento massa viene sempre di più esaltato, San vitale a Ravenna è erede di questa concezione, nell’intento principale della chiesa è quindi quello di esaltare la massa piuttosto che il colore.

Il battistero presenta una struttura antica, interessante per la costruzione della volta a padiglione, costruita interamente in mattoni e che riprende le tecniche costruttive delle isole egee, ovvero le volte sono realizzate attraverso la giustapposizione di cerchi concentrici di mattoni, fino a raggiungere il culmine (ribadendo questa apertura di Milano verso altri mondi).

L'edificio sorgeva fuori delle mura cittadine, per cui è difficile che sia stata la normale chiesa di una comunità, non si ha notizia che qualche reliquia venerata, e la tarda dedicazione a San Lorenzo esclude l'eventualità che sia stato fondato come martyrium. Tuttavia sorge vicino al palazzo imperiale, ed è quindi possibile che sia stato costruito sotto Aussenzio come chiesa di corte per gli imperatori (tutti ariani fino al 379) nella cattolica Milano.

San Nazzaro in Brolo
Si tratta di una chiesa ambrosiana iniziata nel 382 che sorge lungo una via porticata, si tratta di quattro bracci senza navatelle, in cui quello d’ingresso è leggermente più lungo degli altri (circa 70 metri e largo 15), però (come in San Giovanni in Laterano) la navata centrale è uno spazio continuo dall’ingresso sino all’abside, i due bracci laterali sono invece divisi dal nucleo centrale da una serie di arcate, c’è questa separazione tra la parte centrale e i bracci del transetto (considerati degli annessi), luoghi dove vengono depositati i doni dell’offertorio, inoltre nelle nicchie del transetto sono collocate delle reliquie di santi. Il richiamo alla chiesa dei Santi Apostoli di Costantino a Costantinopoli appare evidente.
La chiesa è stata fortemente manomessa ma si conservano ancora le strutture originarie, la nuova chiesa ha nascosto le strutture antiche senza però distruggerle. All’esterno la struttura si distingue per i paramenti murari in mattoni; questo è un elemento importante perché verrà ripresa a Ravenna, infatti in entrambi territori era presente molta argilla, ma mentre a Milano si utilizzano sottili strati di malta (molto più raffinata e legata ad esperienze costantinopolitane, dove il marmo viene usato in questo modo), a Ravenna c’è una forte presenza di malta; altro elemento che appare sono la decorazione degli architetti pensili sotto i cornicioni, con delle nicchie scavate al punto da lasciare vedere l’estradosso della volta retrostante; questi archetti pensili sono collegati a distanza mediate elementi verticali che si chiamano lesene (elementi piatti che non hanno una funzione strutturale ma soltanto ornamentale, nell’architettura romanica questi elementi avranno anche funzione strutturale).

San Sempliciano o Basilica Virginium
In questa basilica, dovuta a Sempliciano, viene ripreso il modulo cruciforme, che presenta un impianto cruciforme (con una navata di 60 x 22 metri e con i bracci del transetto che sporgono di 15);
un impianto che appare poco in quanto attualmente risulta essere circondata su tre lati una struttura che rende piuttosto tozza la costruzione; nell’esterno appare un motivo che lascia un’eredità all’architettura ravennate, ovvero la soluzione delle arcate che circondano le finestre, si tratta di grandi arcate con doppia ghiera che inquadrano le finestre (un motivo molto diffuso a Ravenna ed in particolare a San Giovanni Evangelista di Ravenna, un elemento che era apparso anche nell’architettura romana, ma sicuramente mai in forme così grandiose, ovvero come elemento dominante una facciata, in genere era limitata a piccole superfici).

Basilica di San Giovanni in Conca
Una chiesa a navata unica che si concludeva in un'abside, sopravvive la parte inferiore dei muri esterni, per una lunghezza complessiva di 53 metri.

L’architettura Cristiana dopo Costantino

Questo quadro può essere completato attraverso lo studio della città di Milano e quella di Ravenna; entrambe emergono tra il IV e VI secolo per ragioni legate a momenti storici, Milano non era sconosciuta quando Costantino assume il controllo, era stata sede dell’augusto Massimiano ed aveva avuto una attività edilizia intensa (con il palazzo imperiale), in questo momento diventa una città che comincia a rivaleggiare con Roma (almeno dal punto di vista strategico perché è posta più a nord e si oppone ai popoli barbari), questa posizione geografica determina la decisione di spostare la capitale dell’impero romano d’occidente dal Roma a Milano nel 353. L’ascesa al potere di Teodosio I nel 379 segna l’unione tra l’impero d’occidente e d’oriente e viene scelta come capitale Milano con imperatore Teodosio I, fortemente coadiuvato da Sant’Ambrogio (che si stabilisce nel 373 a Milano), l’attività edilizia è intensa e vede la costruzione di numerose chiese, le quali in parte riprendono moduli costruttivi già usati e nello stesso tempo introducono una serie di elementi innovativi planimetrici e per quanto riguarda i sistemi costruttivi, influenzando l’architettura ravennate e quella d’oriente (egea in particolare), questo perché dopo Ambrogio si susseguono una serie di vescovi che provengono dall’oriente, che portano con se una serie di usi e costumi; si tratta di una città che elabora ed assorbe le influenza che arrivano.

Questo momento di splendore per Milano si protrae fino al 402, quando l’imperatore Onorio (figlio di Teodosio I) è costretto a trasferire la capitale a Ravenna, perché Milano era diventata una città insicura (per via delle pressioni dei barbari) e invece Ravenna offriva maggiore sicurezza (malgrado terreno acquitrinoso) perché formato da un insieme di isole che comunque consentivano la fuga verso l’oriente (questa idea era già stata pensata dai romani, tanto che durante Augusto vi aveva posto la flotta che proteggeva l’impero d’oriente).

Così viene fermata l’avanzata dei popoli barbari, che consente di attuare una successione all’impero senza grandi preoccupazioni perché Onorino muore nel 425 ma senza eredi, ha solo una sorella il cui figlio aveva cinque anni e quindi si decide di porre al trono Valentiniano III sotto la guida della madre Galla Placidia.

Nel 425 Galla Placidia diventa reggente, mantenendo il ruolo fino alla morte perché l’influenza sul figlio fu notevole, seppe governare con grande diplomazia, sacrificando anche parte della sua vita.

Quando si stabilisce a Ravenna inaugura un momento importante per la storia dell’architettura, forte di questa tradizione milanese e costantinopolitana e anche disponendo di risorse economiche, promuove un’attività edilizia notevole che risente delle doppie culture che la caratterizzavano la sua personalità; le tracce di questa architettura influenzeranno quella successiva, in particolare le esperienza orientali (l’esperienza milanese invece influenzerà particolarmente l’architettura carolingia).

Per capire bene queste due città dobbiamo fare di nuovo un riferimento a Costantinopoli (che supera ormai l’antica Roma), infatti sia a Milano che a Ravenna la città di Costantinopoli viene sempre presa come punto di riferimento. Con la morte di Costantino la città era dotata di un piano urbano molto funzionale, una città le cui parti erano strettamente connesse da un tessuto viario molto efficiente, che collegava direttamente il palazzo con le mura della città (questo legame sia attua attraverso il mesé, per arrivare poi al Philadelphio, dove le strade si biforcano, da una parte si arriva alla porta d’oro e dall’altra il proprio mausoleo; Costantino infatti aveva collocato lungo la via una serie di strutture pubbliche in maniera da attirare la popolazione verso occidente). Il figlio Costanzo II aveva dato un forte impulso all’attività del padre non solo curando la sistemazione delle vie ma anche la stessa Santa Sofia. In seguito l’imperatore Giuliano l’apostolo costruisce un nuovo porto (con dei magazzini annessi, chiamati horrea), il che permetteva l’attracco delle navi che portavano il grano da Alessandria (in seguito anche Teodosio costruisce il porto di Teodosio); la stessa cosa era avvenuta a Roma con il porto di Traiano. Insieme con questa sistemazione portuale viene anche sistemato quello che Costantino aveva visto con grande lungimiranza, ovvero il fatto di creare una serie di strutture che potessero aumentare la densità di popolazione verso le mura; per questa ragione Teodosio costruisce il suo foro, come fa anche Marciano.

Questo graduale spostamento determina la necessità di ampliare il perimetro delle mura, quindi Teodosio II nel 411 decide di posizionare una nuova cinta più ad occidente; queste mura rimane ancora oggi e collegano il Mar di Marmara con il Corno d’oro a nord, anche la porta aurea viene spostata e la vecchia viene chiamata porta saturnino (un patrizio romano). Questo tracciato di città caratterizzato dalle mura poderose rendono la città inespugnabile, non a caso era una cinta come quella aureliana ma doppia. Questo ricordo della città formata da questi nuclei è quella che gli occidentali portano alla memoria quando tornano a Milano e Ravenna, come accade con Galla Placidia, a Ravenna, dove è presente una poderosa cinta muraria sulla quale si trovano delle porte che hanno lo stesso nome di quelle di Costantinopoli.

Architettura dopo Costantino a Roma


Dopo la partenza di Costantino, nel 326, l'antica capitale del mondo per cinquant'anni ignorò i problemi che preoccupavano i costruttori di chiese della cerchia imperiale, il papato e il clero romano, anziché sviluppare nuovi tipi di martyria o di chiese di palazzo, concentrarono la loro attività architettonica sullo sviluppo di un tipo di chiesa utilizzabile per le esigenze correnti delle comunità; tutto questo mutò nel 385, quando si iniziò a costruire la nuova chiesa di San Paolo, come ex voto dei tre imperatori regnanti Teodosio, Arcadie e Onorio.

San Paolo fuori le Mura chiaramente voleva essere una copia di San Pietro in Vaticano; disposta in senso inverso, con l'ingresso a occidente, la nuova chiesa del 385 fu progettata per provvedere alla tomba di san Paolo un riparo altrettanto solenne e monumentale della basilica che racchiudeva la tomba di san Pietro: immensa, costruita sfarzosamente e tale da poter accogliere grandi masse di pellegrini, che venivano per assistere alle funzioni e venerare la tomba, e da servire inoltre come luogo di sepoltura.

Le dimensioni, le proporzioni e pochi tratti della muratura originaria sopravvivono, come ci rimangono numerose illustrazioni; preceduta da un atrio con colonne, la navata, larga quasi 24 metri si estendeva per l'eccezionale lunghezza di 97 metri. Da un lato e dall'altro due navatelle fiancheggiavano la navata maggiore, e la loro ampiezza età pari a quella della navata mediana. Il sacrario di san Paolo si trova sotto l'altare, vicino all'arco trionfale che separava il transetto dalla navata, un transetto continuo ma più alto di quello di San Pietro, copre il sacrario: verso est si concludeva in una grandiosa abside, come quella di San Pietro. Quattro file di colonne ad arcate fiancheggiavano la navata centrale e separavano quelle laterali; in quella centrale sostenevano grossi muri sovrastanti e nelle navatelle dei muri bassi; come a San Pietro, i muri sostenuti da archi delle navatelle erano forati da una serie di aperture sotto il tetto. Ventuno finestroni per lato (invece degli undici di San Pietro), ognuno in asse con gli intercolumni, illuminavano la navata. L'abside re- stava buia, però nel transetto finestre arcuate e oculi riversavano un'ondata di luce sul sacrario.

I costruttori di San Paolo emularono quelli di San Pietro nelle proporzioni e nella pianta, compresa la rara soluzione del transetto continuo, ma realizzarono una variante, non una semplice copia. Il transetto era alto quasi quanto la navata centrale, più profondo e più corto, con i muri delle testate che sporgevano appena al di là del limite delle navatelle esterne; le ragioni di questa modifica ci sono sconosciute, si sia trattato del bisogno di più. Il sacrario inoltre non si trovava sulla corda dell'abside come a San Pietro, era invece il più possibile a ridosso della navata; il colonnato della navata maggiore era coronato da archi anziché da una trabeazione; in luogo della massa eterogenea di fusti di colonne, basi e capitelli tutti diversi, come avveniva in San Pietro, gli elementi dei colonnati in San Paolo originariamente erano omogenei. I fusti palesemente erano stati scelti con accuratezza tra il materiale di spoglio romano, come i capitelli della navata centrale (quelli al centro furono sostituiti dopo il 442 con altri di spoglio); ma i capitelli delle navate laterali furono disegnati apposta per l'edificio. Il tutto riccamente decorato.

Chiesa di San Clemente
Questa chiesa fornisce non solo un'idea convincente della struttura di una basilica standard nella Roma degli anni intorno al 380, ma esemplifica in modo illuminante il rapporto tra queste chiese romane del IV e V secolo con edifici preesistenti sullo stesso sito, nonché con i loro successivi rifacimenti. L'attuale chiesa, leggermente al di sotto del livello stradale, è una struttura del XII secolo, ridecorata in epoca barocca. La chiesa paleocristiana sorgeva a un livello di oltre 4 metri al di sotto della chiesa attuale e occupava il sito di tre precedenti edifici; l'abside supera, coprendolo, il pianterreno di una casa del II secolo che racchiude un mithraeum del III o degli inizi del IV.
Le navate centrale e laterali sono inserite nei muri di un edificio del III secolo, forse un centro comunitario cristiano, e questo a sua volta sorge sul podio di un edificio pubblico del I secolo. Eppure, entro questo labirinto, i resti della basilica del IV secolo si individuano facilmente; le colonne della navata, otto per lato, sono incorporate nelle fondamenta della chiesa soprastante; le arcate, la parte alta dei muri della navata centrale e la facciata sono incorporate nel muro della navatella destra della stessa chiesa. Un atrio antistante la chiesa, del IV secolo, è sepolto al di sotto dell'attuale cortile, del XII. Da questi resti si può immaginare facilmente la prima basilica: la navata centrale era ampia, relativamente corta e considerevolmente bassa: 15 metri per 35 per 13 e mezzo; le colonne erano tutte diverse per misure e materiale; i grandi archi che le sormontavano nascevano da pulvini a tronco di cono; le finestre nella parte alta della navata centrale erano ampie, separate da stretti pilastri e circondavano tre lati della navata; l'atrio comprendeva un quadriportico a colonne; infine, un'arcata aperta immetteva dalla navata nel portico che correva lungo la facciata, una sorta quindi di esonartece, col risultato che così la navata veniva ad essere circondata su tre lati dagli spazi subalterni delle navatelle e dell'esonartece; la pianta di chiesa che prevale nel V secolo sulle coste egee, alla fine del IV sembra essere stata quindi altrettanto caratteristica a Roma.

Santa Sabina all'Aventino è una basilica di Roma, costruita nel V secolo sull'Aventino e dedicata a santa Sabina. Oltre che una delle chiese paleocristiane meglio conservate in assoluto,  è sede della curia generalizia dell'ordine dei Frati Predicatori (Domenicani).La chiesa fu costruita dal prete Pietro di Illiria tra il 422 e il 432, sulla casa della matrona romana Sabina, poi divenuta santa.
Come risulta da alcune iscrizioni ritrovate nei pressi della basilica, vicino alla chiesa era presente il tempio di Giunone Regina, 24 colonne del quale furono utilizzate per l'edificazione della Chiesa. Nel IX secolo, la Chiesa venne inglobata nei bastioni imperiali. L'interno venne profondamente rimaneggiato nel corso dei restauri di Domenico Fontana nel 1587 prima e di Francesco Borromini nel 1643. Il campanile attuale risale al X secolo. Architettura La chiesa non ha facciata: l'accesso avviene da un'arcata laterale. L'impianto della basilica ricorda quello delle originarie basiliche romane, con pianta rettangolare e navate divise da colonne antiche provenienti da un monumento tardo-imperiale probabilmente mai messo in opera, che sostengono arcate ad arco attico. Gli spazi tra le arcate sono decorati da emblemi in opus sectile. I restauri moderni hanno eliminato le fitte e chiassose decorazioni posteriori, ridandole semplicità e spaziosità. La navata centrale è relativamente alta e le sue proporzioni slanciate conferiscono all'interno leggerezza ed eleganza. Tipiche dell'architettura paleocristiana, oltre alle pareti esternamente lisce (prive di contrafforti poiché la copertura era sempre a capriate, quindi una struttura non spingente) era la presenza di grandi finestre aperte nel cleristorio (la parte più alta della navata centrale). Nei secoli successivi, quando si perse la capacità di fare grandi vetrate, le aperture nelle chiese si ridussero drasticamente. L'abside è coronata da un arco trionfale, cioè una grande struttura ad arco che la inquadra dalla navata. Anticamente sia l'abside, sia le fasce superiori delle navate dovevano probabilmente essere decorate da mosaici, che sono poi andati perduti. Nell'abside oggi si trova un affresco novecentesco.

Lo stesso spirito di rinascita sopravvive ancora nel 468-83, quando fu costruito Santo Stefano Rotondo: relativamente ben conservato, è tuttora possibile coglierne gli elementi essenziali. Una enorme navata 26-27 cilindrica poggia su un colonnato trabeato con capitelli ionici; gli alti muri della navata, al di sotto delle ventidue finestre, originariamente rivestiti di lastre di marmo, può darsi che abbiano sostenuto una cupola in materiale leggero. Questo nucleo centrale è circondato da un deambulatorio che si apre in serie di cinque e sei archi sostenuti da colonne. Queste arcate conducevano, alternativamente, a quattro cappelle alte e profonde (disposte a formare una croce) e presumibilmente a cortili scoperti con piscine che si concludevano con portici ad archi. Resti di una decorazione classica in stucco sono rimasti negli archivolti del primo deambulatorio e permettono di farsi un’idea della ricchezza delle decorazioni d’insieme.

Nulla si sa della funzione originaria di Santo Stefano, ma il fatto che fin dall'inizio fosse stato dedicato a santo Stefano, il venerato protomartire, nonché la sua forma circolare, fanno pensare che fosse un martyrium, che custodiva forse una reliquia del santo. Inoltre la pianta complessa, con il compenetrarsi della forma rotonda e di quella a croce, può darsi che sia stata influenzata dall'Anastasis, e magari da altri martyria della Terrasanta. E tuttavia possibile che anche padiglioni dei giardini romani siano tra le fonti di Santo Stefano Rotondo, per quanto finora non ne sia venuto alla luce nessuno di questo tipo, né Santo Stefano

La basilica di Santa Maria Maggiore rappresenta meglio di ogni altro monumento questa rinascenza sistina. L'ampia navata centrale è fiancheggiata solo da due navate laterali, e tutte e tre le navate sono disegnate in proporzioni pacate e maestose. Lunghe file di colonne con capitelli ionici sostengono una trabeazione classica e guidano l'occhio verso l'arco trionfale che continuava nell'originario catino dell'abside. Sui muri della navata centrale, monumentali lesene formavano un secondo ordine, ogni lesena era fiancheggiata da un doppio ordine di colonnine con scanalature a spirali ruotanti da sinistra a destra o viceversa, che sostenevano un fregio in stucco a girali del più puro disegno classico. Lesene e colonnine inquadravano le finestre, nonché i riquadri in mosaico della navata centrale, ognuno dei quali era incastonato in un'edicola con colonne e timpano. Sia nella concezione d'insieme che 24 nei particolari si avverte uno spirito rivolto al passato più di quanto non sia il vivace classicismo di Costantinopoli, più che altro si sente il ricordo dell'arte traianea.

Architetture Paleocristiane in Terra Santa e in Asia Minore

Abbiamo studiato l’opera di Costantino a Roma e Costantinopoli, certamente è indispensabile parlare anche delle opere in Terra Santa (terra nativa di Cristo e meta di pellegrinaggi cristiani dopo l’emanazione dell’editto di Costantino): Costantino si fa promotore dell’opera di propaganda, in particolare la madre che si occupa dell’evangelizzazione anche di queste terre e per questo viaggia in Palestina e nei pressi del monte Sinai, in questi luoghi fonda una serie di costruzioni religiose che ricordano la presenza di Cristo e tutti quei luoghi menzionati nelle antiche scritture (cioè cerca quei luoghi indicati nel vecchio testamento). Costantino invece è più attento a creare delle architetture la dove i luoghi raccontano la vita di Cristo durante la sua vita in terra; naturalmente i luoghi più importanti era Nazareth, Gerusalemme e Betlemme, quest’ultimo è quello che richiama un interesse maggiore da parte di Costantino, il quale su indicazione della madre costruisce ad una basilica il cui progetto corrisponde pienamente ai dettami degli edifici realizzati a Roma. Le costruzioni dell’imperatore in Terra Santa sono tutte comprese tra il 330 ed il 337, cioè gli ultimi anni della vita, quindi dopo aver risolto il problema della fondazione di Costantinopoli ha maggiore possibilità di dedicarsi alla costruzione in questa zona.

La prima opera che realizza intorno al 333 è la Chiesa della Natività a Betlemme, la quale, come le chiese costruite a Roma, corrisponde pienamente a certi principi architettonici che si basano sulla grandiosità dell’impianto (infatti la chiesa è a cinque navate), sulla fastosità della decorazione interna in contrasto con la sobrietà esterna, questa grandiosità era anche caratterizzato da corpi basilicali non necessariamente sviluppati, ma che assumono una forma quasi rettangolare.

La chiesa della Natività sorge sul luogo dove era stata ritrovata la grotta (luogo presunto della nascita di Cristo) ed essendo la basilica costruita su questo luogo la chiesa oltre ad essere una basilica è anche un martyrium (ovvero quelle chiese che ricordano episodi della vita di Cristo o di martiri e santi) abbinato c’è anche la basilica (quindi la definizione più corretta sarebbe la basilica martyrium della Natività di Betlemme).


La basilica è stata cambiata nel tempo (come tutti i santuari meta di pellegrini), è stato possibile ricostruire l’impianto originale grazie al ritrovamento di gran parte delle fondazioni; indubbiamente per la disposizione planimetrica i dubbi sono pochi mentre maggiori sono quelli per l’alzato; sicuramente le ricostruzioni basate anche sul confronto con le altre chiese contemporanee hanno permesso di creare un impianto che molto probabilmente era quello originale.

La chiesa risulta formata da un atrio d’ingresso che precede un atrio quadrangolare, il quale si pone su un livello più alto di un gradino; attraverso questo atrio preceduto da un portico (destinato alla sosta dei fedeli e dei catecumeni) si entrava nella chiesa costituita da cinque navate articolate attraverso l’uso di colonne; la navata centrale e quelle laterali formano quasi un quadrato e (come abbiamo visto in San Giovanni a Roma) si prolungano fino a raggiungere la parte presbiteriale, dove sono presenti tre absidi, una per la navata centrale e due per quella laterali.

Questa parte basilicale comunica con un edificio ottagonale (che ricorda i mausolei degli imperatori tardo-antichi) giustapposta alla basilica (alla quale si accede salendo alcuni gradini), questo ottagono racchiude il luogo dove era stata trovata la grotta, all’interno (simile ai mausolei che caratterizzavano l’architettura pagana, simile a quest’ultimi perché all’interno c’erano delle nicchie scavate nel muro) nella parte centrale c’è una volta a padiglione, la cui parte centrale è aperta (come nel Pantheon). In corrispondenza di questa apertura centrale in basso è collocata una gradinata che porta ad un pozzo che protegge la parte superiore della grotta, visibile attraverso un buco fatto sullo stesso tetto della grotta. Si tratta di un unico progetto in cui basilica e martyrium sono parti integranti (infatti le cerimonie che si svolgono all’interno seguono il rito romano, cioè quello itinerante per cui le processioni si sviluppano in parte all’interno della basilica ed in parte nel martyrium); questo abbinamento lo abbiamo già visto nella chiesa di San Pietro, dove il transetto continuo ed occidentale è nettamente separato da tutto il corpo basilicale della chiesa, il transetto con l’altare costituisce il martyrium della basilica stessa (ma mentre i martiriae romani contemplano reliquie di santi, in Terra Santa queste mancano e quindi fanno riferimento solo ad episodi delle antiche scritture).

L’altro edificio importante sempre finanziato da Costantino è la Chiesa del Santo Sepolcro, abbinato ad un martyrium che è la rotonda dell’Anastasys (ovvero la tomba della resurrezione), in questo santuario quindi si ripete una formula della natività di Betlemme, ovvero il complesso religioso è formato da una basilica e da un martyrium (che sorge sul luogo dove c’era la presunta la tomba dove risorge Cristo). Questa sepoltura era stata segnalata a Sant’Elena nel cuore della vecchia Gerusalemme (di impianto romano); proprio in corrispondenza del cardo era stata individuata la tomba, per questo Costantino incarica il vescovo di Gerusalemme per le spese che poi gli avrebbe rimborsato. Una fonte riporta che gli architetti incaricati dell’opera erano Zenobio ed Eustazio di Costantinopoli; venne iniziata nel 325 e nel 336 venne consacrata.


La chiesa nasce compresa tra il vecchio cardo romano ed una strada parallela (occupando l’intero lotto rettangolare), la sistemazione attuale è molto diversa dall’originale, ma si trova ugualmente sul monte Golgota, luogo dove fu crocifisso Cristo, non a caso in questa zona prossima alla chiesa del Santo Sepolcro (a circa 30 metri) si trova anche il calvario (dove viene issata la croce) a cui fu data una forma cubica. Tra il luogo della sepoltura e la strada ci sono circa 120 metri e in questo spazio sono posizionate le chiese vincolate nella determinazione della larghezza dalla presenza del calvario, quindi la chiesa deve necessariamente svilupparsi in lunghezza (contravvenendo in parte alle regole delle chiesa costantiniane che sono abbastanza tozze nelle loro proporzioni).

La tomba dove fu sepolto Cristo fu scavata dopo esser stata ritrovata e poi isolata, l’insieme assume quindi una forma di cono, che viene circondata da una rotonda di colonne (dodici come gli apostoli). Questa era la sistemazione originaria, dinnanzi alle colonne era situato un portico ad U, in modo che la sepoltura ed il calvario fossero direttamente in comunicazione, mentre sul lato orientale del portico viene costruita la basilica, corta e larga, con la sua abside semicircolare, che arrivava fino alla strada, in seguito si aggiunsero strutture successive.

Non abbiamo notizie sicure relative alla forma della chiesa così come appariva in quell’epoca ad eccezione degli scritti di Eusebio di Cesarea (biografo di Costantino) che la descrive come ricchissima di ornamenti ed accentua questo contrasto con l’esterno molto sobrio. La fonte ci dice che la navata centrale appoggiava su colonne ed ad essa erano affiancate due navatelle più piccole, questa a loro volta erano divise da pilastri o da colonne più piccole che poggiavano su alti plinti; non si sa se il muro della navata principale presentasse finestre, ma si sa che il soffitto era a cassettoni; tutto questo stipato in una struttura che era una terzo la basilica lateranense.

Anche in questo caso abbiamo l’abbinamento tra la basilica ed il martyrium, abbinamento che venne curato in quanto il collegamento sono funzionali alle processioni che venivano fatte nel complesso (il corteo sostava nella basilica, nel calvario e nella rotonda), questa idea è fondamentale perché vedremo che si conserva anche nelle basiliche successive (infatti l’alto medioevo, per motivi ideologici, riprenderà questo sistema, ampliando questi caratteri).

San Giovanni a Efeso
Costantinopoli fu sempre in stretto contatto con gli insediamenti greci dell’Asia Minore, come Mileto,  Efeso e Perge e le sue tecniche costruttive trovano qua le loro radici. Solo alla fine del  IV secolo e all’inizio del V  per le chiese delle regioni costiere dell’Asia Minore ci si ispirò a modelli di Costantinopoli, riprendendo piante e vaste proporzioni.


 L’edificio a croce costruito dopo il 400 sulla tomba di S. Giovanni a Efeso, sostituito più tardi dalla chiesa giustinianea, sembra risalire all’ Apostoleion di Costantinopoli.  I 4 bracci, che partivano dalla tomba del santo al centro, erano divisi ognuno in navate e navatelle.  Mentre il braccio della navata centrale era più lungo di quelli trasversali e preceduto da due narteci, il braccio di testa, concluso da un’abside, fu reso ancora più largo perché le navatelle da due diventarono  quattro. Inaccessibile ai pellegrini raccolti negli altri tre bracci, il braccio di testa era presumibilmente destinato a un clero numeroso.
 

L’età d’oro di Giustiniano (regno tra il 527 e il 565)

Abbiamo visto la trasformazione da un centro urbano greco - ellenistico chiamato Bisanzio, in un centro urbano che diventa capitale dell’impero romano d’oriente, cioè Costantinopoli nel IV secolo, abbiamo anche visto che un secolo prima inizia un processo di romanizzazione con Septimio Severo (che da la forma definitiva alla parte iniziale della città di Costantinopoli); con Costantino inizia un forte processo di monumentalizzazione dello spazio urbano con la costruzione del grande palazzo (che è una aggregato di palazzi) e una serie di spazi collettivi e pubblici (che hanno indicato l’andamento principale della città); con Costantino il cristianesimo diventa una religione libera e con Teodosio diventa la religione di stato e principalmente con Teodosio II si avvia un processo di cristianizzazione della stato e della capitale.

Con Giustiniano inizia un periodo importantissimo per l’architettura, infatti con lui inizia una radicale innovazione del linguaggio architettonico e dell’uso della struttura architettonica (intesa come tecnica costruttiva) senza precedenti, arrivando alla costruzione di Santa Sofia; inoltre questi temi ci permettono di affrontare l’evoluzione di schema progettuale di un edificio (ovvero quale è il concetto di base che definisce una architettura, dal punto di vista spaziale), poi i materiali costruttivi, la tecnica costruttiva e nel concetto spaziale come vengono utilizzati due temi fondamentali, ovvero la luce ed il colore; nel caso di Santa Sofia (che analizzeremo alla fine del percorso) vediamo come esista un equilibrio tra le proposte compositive e progettuali e le tecniche costruttive, nello stesso tempo notiamo come l’uso dei materiali e delle decorazioni tende a smaterializzare la materia.

Ma prima di vedere le realizzazioni giustinianee vediamo gli interventi che Giustiniano attuò principalmente nella parte centrale della città; infatti l’imperatore cercò di recuperare una serie di strutture (come il circo, il grande complesso palaziale e le stesse santa Irene e Santa Sofia) che furono distrutte nella rivolta del 532, con la quale Santa Irene, Santa Sofia e gran parte del palazzo vengono dati al fuoco, quindi durante l’impero di Giustiniano ci troviamo di fronte ad un processo di ricostruzione e di rinnovamento urbano. Costantino quindi comincia a ristrutturare gran parte degli edifici che sono stati distrutti (come le terme o l’ingresso del palazzo, chiamato chalkè, il senato e la piazza Augustana, nella quale interviene con l’inserimento di una colonna monumentale), mentre Sant’Irene fu la cattedrale della città costruita da Costantino, Santa Sofia, era stata costruita da Costanzo II (figlio di Costantino) e consacrata nel 360.

Giustiniano inizia il suo intervento nell’area centrale (a differenza di tutti i suoi predecessori che invece puntavano sullo sviluppo della città lontano dal centro), riformando quell’equilibrio tra il polo religioso (costituito sa Sant’Irene e Santa Sofia), quello imperiale (costituito dal palazzo) e l’ippodromo (luogo di incontro tra la gente e l’imperatore); inoltre mantiene l’importante asse costituito dal mesè, cercando di recuperare gran parte dei negozi.

L'Occidente continua a considerare la basilica come l'unica forma appropriata di chiesa per tutto il medioevo e anche oltre. I sistemi a volta dei secoli romanici e gotici e i loro vari repertori di forme lasciano immutato il principio. D'altra parte l'architettura di Giustiniano in Oriente rompe con la tradizione della basilica e quindi con una tradizione che risale a remote epoche romane. Volgendosi a edifici a pianta centrale e coperti a volta, gli architetti di Giustiniano riprendono concetti architettonici che si erano venuti sviluppando e certamente erano giunti a maturazione nell'architettura del tardo impero: nelle aule dei palazzi, negli edifici funerari, nelle terme e nei giardini, sin dal III e IV secolo almeno. Da queste premesse gli architetti di Giustiniano creano un'architettura chiesastica che costantemente si fonda su una pianta centrale e quasi sempre è coperta a volta e culmina in una cupola centrale; una scelta che avrebbe determinato la fisionomia e lo sviluppo dell’architettura orientale per un migliaio di anni o più.

Fondamentale intervento di Giustiniano, di cui parleremo, è quindi l’introduzione di un linguaggio architettonico che utilizza fortemente l’elemento cupola (si parla di una città con mille cupole), un elemento che rappresenta un edificio pubblico.

Abbiamo parlato delle trasformazioni della zona centrale della città, ebbene la piazza che si trova nei pressi di Santa Sofia si trasforma e diventa una vera e propria piazza reale, grazie all’inserimento di una colonna (che ha un forte connotato politico in quanto è le statua è rivolta vero i persiani, nemici dell’impero), alta quaranta metri; si tratta dell’intervento più importante di caratteri civile.

La sua attenzione è concentrata su edifici religiosi, però prima bisogna fare un passo indietro al periodo di Costantino, abbiamo visto che le sue intenzioni erano quelle di creare una città imperiale non cristiana, ma le fonti ci confermano la presenza di cinque chiesa fatte da lui (San Mocio, Sant Acacio, che sono chiese martoriali dedicate ai santi locali e poi Sant’Irene e la chiesa dei Santi Apostoli; in realtà c’era anche Santa Sofia, anche se è stata realizzata da Costanzo II).

La prima chiesa di Santa Sofia venne realizzata da Costanzo II, come vedremo, ha tutti gli elementi canonici di una basilica cristiana (anche se in realtà la basilica è una tipologia romana pre-cristiana, che non aveva un carattere definito), i romani diedero questa forma di base, con un atrio (o peristilio, con al centro una fontana per le funzioni religiose), uno spazio porticato che precede la sala di preghiera (che si chiama nartece), dopo entriamo in uno spazio con sviluppo longitudinale (perché per le processioni e le funzioni del cristianesimo era importante avere un percorso) con tre o cinque navate, quella centrale era più grande delle laterali; questo percorso porta ad un’abside; ora nelle chiesa costruite da Costantino a Roma è presente uno spazio che precede l’abside ed attraversa perpendicolarmente le navate (si chiama transetto); questa è la struttura di una basilica cristiana.

All’esterno di una basilica di questo tipo vediamo l’abside sporgente, questo è un tratto distintivo del linguaggio di Costantinopoli, in particolare l’abside poligonale esterno e semicircolare all’interno.

Il percorso che andremo adesso ad analizzare (attraverso una serie di esempi) si può riassumere analizzando la chiesa progettata da Costanzo II (che poi venne distrutta) possiamo notare le differenze con l’intervento di Giustiniano, avviene un processo significativo, mentre tra il IV e V secolo la tipologia preferita era quella a tre o a cinque navate, con il IV secolo inizia un processo che tende a trasformare l’impianto della basilica da longitudinale a quadrato. Teodosio riprende elementi monumentali dell’architettura romana e gli usa per la facciata della chiesa; rimandi all’architettura romana antica, compresa la forma del capitello, questo è importante perché durante Giustiniano tutti questi elementi vengono profondamente trasformati.

La chiesa di San Giovanni di Studio (452-453) si trovava lungo l’asse che portava verso la porta Aurea; qui possiamo vedere le prime trasformazioni, la pianta è una tipica basilica con andamento longitudinale che abbiamo visto, troviamo quindi il quadriportico (o atrio), il nartece, tre navate e l’abside poligonale sporgente all’esterno e semicircolare all’interno. La novità in questa chiesa consiste nel fatto che la navata centrale è più grande della somma delle due laterali, quindi la zona delle navate assomiglia sempre più ad un quadrato. Dall’esterno osserviamo l’uso dei materiali da costruzione (pietra e mattoni), che poi si riflettono anche nei muri interni, ma sopratutto l’abside sporgente, che diventa sempre di più un elemento caratteristico della architetture di Costantinopoli, inoltre per la prima volta troviamo l’uso delle aperture di grandi dimensioni in alto. Notiamo poi il disegno piramidale che da importanza alla porta principale di ingresso, che si affaccia sulla navata centrale, e quelle laterali, che portano alle due navate laterali; tutti elementi che pian piano preparano alla architettura religiosa successiva. La copertura è ancora in legno (il capitello riproduce ancora le forme dei capitelli antichi; anche questa forma sarà notevolmente cambiata con l’adozione il capitello a cesto, che ha forma di un tronco di piramide rovesciato con base inferiore circolare e base superiore quadrata, che permetteva un miglio appoggio dell’arco).

Arriviamo a San Polieucto (524-527); la chiesa venne commissionata dalla principessa Anicia Giuliana, la sua è definita da alcuni storici una rivoluzione, perché sino ad ora abbiamo visto che gli edifici basilicali avevano comunque una struttura coperta dal legno, in questo caso la struttura vien coperta da una volta o da una cupola (non si sa), si propende per la soluzione a cupola in quanto sono state trovate delle fondazioni della navata centrale di 7 metri (molto grandi), poi sono presenti una serie di contrafforti nel nartece, registriamo anche la presenza di capitelli a cesto ed infine la presenza delle esedre (che sono degli spazi semicircolari che normalmente arrivano a due piani, la loro funzione è in genere quella di distribuire il peso che arriva dall’alto in spazi vuoti). Si parla di rivoluzione perché qui tutte le strutture vengono riformate secondo una nuova concezione dello spazio, per esempio le colonne, i pilastri, i capitelli e addirittura le superfici di alcune pareti vengono scolpiti e smaterializzate attraverso la tecnica del traforo (attraverso la creazione di zone in luce e zone in ombra crea uno spazio molto più dinamico, creando delle sculture dinamiche); questa tecnica la troviamo per la prima volta in questa chiesa, che per molti aspetti si avvicina a Santa Sofia.

Non sono rimaste nemmeno tracce della chiesa del IV secolo dedicata ai Santi Apostoli, che fu sostituita nel 536 dalla chiesa giustinianea e nel 1469 dalla moschea di Maometto il Conquistatore, la Fàtih.

La prima novità che osserviamo è la pianta a croce greca (ovvero con tutti i bracci uguali), cui era annesso un mausoleo (che era la tomba di Costantino); le cinque cupole che vediamo al di sopra della copertura sono un intervento di Giustiniano, perché per un incendio viene distrutta e completamente ricostruita nel VI secolo. Ora per capire meglio come era fatta la chiesa dei Santi Apostoli dobbiamo rivolgersi alle fonti storiche, le quali dicono che Giustiniano ha costruito ad Efeso la chiesa di san Giovanni, su modello della chiesa dei Santi Apostoli (aggiungendo un’altra campata).

L'edificio giustinianeo riprese da quello costantiniano la pianta cruciforme, col braccio d'ingresso forse leggermente più lungo degli altri tre. Cinque cupole erano sostenute da massicci pilastri agli angoli della croce e coprivano sia i bracci che la crociera; navatelle e gallerie correvano su quattro lati dei singoli bracci e si aprivano sulle navate attraverso due file di colonne. Sotto la cupola centrale, l'unica che fosse illuminata da finestre, era situato il presbiterio cruciforme; le altre cupole erano buie e chiaramente un po' più basse, forse erano semplici cupole a vela.